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Franciacorta

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6 Marzo 2016

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Partenza ore 8,45

Colle di Pasta

 

 

Grumello Del Monte

 

Cenni storici

I primi insediamenti umani presenti sul territorio parrebbero risalire al paleolitico, come testimoniano alcuni reperti archeologici rinvenuti nella zona pedecollinare del paese.

Il borgo ebbe un primo sviluppo nel periodo della dominazione romana. Situato sulla strada di collegamento tra le città di Bergamo e Brescia, e vicino ad un'altra che permetteva di raggiungere la Franciacorta, risentì di un discreto sviluppo economico dovuto ai commerci, cominciando ad assumere le sembianze di un piccolo borgo.

Anche il toponimo del paese deriva da una parola latina: Grumus difatti significa collina, piccola montagna, e conseguentemente Grumulus sarebbe il diminutivo della stessa. A suffragio di questa teoria ci sono altri esempi nella bergamasca, riferiti a luoghi posti in prossimità di colli o montagne: Gromo, nell'alta val Seriana, e Gromlongo, frazione di Palazzago.

Soltanto in seguito è stata aggiunta la dicitura del monte, per distinguerlo dal comune di Grumello del Piano, attualmente quartiere del capoluogo.

I primi documenti in cui viene citato il nome del paese risalgono all'epoca medievale, ed il più importante è indubbiamente quello in cui il cardinale G. Longo, morto ad Avignone, cita il paese di Grumulus.

In tale periodo Grumello risentì notevolmente, come del resto gran parte dei paesi della zona, delle lotte fratricide tra guelfi e ghibellini. Proprio per questo gli abitanti decisero di dotarsi di un castello a scopo difensivo. Tale costruzione, che svetta sul borgo del paese, risalirebbe attorno al X secolo, anche se al riguardo mancano documenti certi. Come non vi sono documenti che attestino di particolari scontri o eventi significativi in tale epoca. Il paese conseguentemente ha avuto una storia recente molto tranquilla, scandita dai ritmi della natura, e seguendo le sorti del resto della provincia.

Nel 1854, con l'attivazione della linea Milano-Venezia, il paese viene raggiunto dalla ferrovia.

Recentemente il comune di Grumello è ritornato ad assumere un ruolo importante nell'economia della zona, anche grazie alla rivalutazione agricola dei colli, che ha portato alla costituzione di un consorzio per la tutela della produzione vinicola del Valcalepio, il quale ha ottenuto il riconoscimento di vino a denominazione d'origine controllata.

In paese sono presenti sia una sezione distaccata del tribunale di Bergamo, che alcuni uffici statali dell'I.N.P.S e dell'A.S.L., che rendono Grumello centro di riferimento per l'intera Valcalepio. Ai margini del territorio comunale, nei pressi di Telgate è presente anche il casello per l'autostrada A4, che permette una velocizzazione nei viaggi e nei trasporti per l'intero paese.

Capriolo

 

Storia

 

Dalla posizione del castello. si potrebbe pensare ad un castelliere preistorico ma: Non è possibile stabilire l'epoca esatta in cui l'uomo cominciò ad abitare nell'area oggi denominata Capriolo. Sappiamo che era ricoperta da ricca foresta di querce e ontani (VI – V millennio a.C.).

L'imponente castello, più volte distrutto e ricostruito nel medioevo, non solo sorvegliava l'accesso al lago, alla valle Camonica e bergamasche, ma in stretta connessione con la Mussiga protesse per secoli il vitale ponte romano sull'Oglio, forse il più antico di questa zona.

La borgata viene nominata per la prima volta in un documento dell'8 luglio 879 quando Carlomanno di Baviera fece dono di vasti possedimenti ivi esistenti al Monastero di San Salvatore in Brescia.

Nel IX e X secolo venne riedificato il Castello: nel contado i cittadini uniti ai nobili riedificarono la ròcca di Manerbio ed i castelli diroccati per antica incuria […] di Capriolo…. Accenni riportati anche dall'Odorici; fu poi concesso in feudo alla famiglia dei Lantieri de’ Paratico. Antemurale della provincia di Brescia, verso il Bergamasco, il castello fu con quelli di Palazzolo sull'Oglio, Paratico, Mussiga e Vanzago uno dei capisaldi delle lotte feudali e per le acque dell'Oglio, durate a lungo fra bresciani e bergamaschi e iniziate con la cessione, nel 1125 da parte di Giovanni Brusati ai bergamaschi, di importanti capisaldi a difesa dell'accesso in Val Camonica: le rocche di Volpino, Qualino e Ceratello.

Dopo una pausa iniziata con la pace che venne firmata proprio a Capriolo il 20 agosto 1198, tali lotte ricominciarono e il castello entrò nel sistema di difesa del territorio bresciano.

La sua posizione ne fece un baluardo sulla Valcalepio, sulla zona collinare di Paratico e sulla accidentata pianura di Palazzolo sull'Oglio. Numerose vicende belliche interessarono poi il Castello e il Paese.

Durante il dominio di Filippo Della Torre (1256), Capriolo con gli altri castelli, riunite le milizie, ne offrirono il comando a Oberto Pelavicino da Cremona, capo dei ghibellini lombardi. Raccolti armati in alcuni castelli della Franciacorta si scontrò con le truppe di Carlo I d'Angiò in una furibonda battaglia sotto il castello di Capriolo.

I ghibellini vollero stravincere appiccando alle mura del castello il fuoco. Ciò scatenò l'esercito francese che centuplicò la forza di attacco, facendo strage e seminando il terrore.

Infatti nella primavera del 1265 il Castello fu assediato e conquistato da Roberto di Fiandra, a capo delle truppe di Carlo d'Angiò, che ...passato l'Ollio sul ponte di Caleppio entrò nel distretto di Brescia. Il primo castello di questa provincia contro di cui quel capitano generale de' crocesignati sfogò le ire sue fu quello di Capriolo, come rappresaglia all'impiccagione di uno dei suoi uomini e ordinò una strage del presidio e degli abitanti. poscia mandò a sacco ed a fiamme molti altri di quelle vicinanze.... Episodio riportato anche dall'Odorici e dal Cocchetti.

Elia Caprioli vuole che fra gli scampati vi fossero Ughetto Obrese e Lotterengo De Goziis, (Giovanni Ugetto con Obreste e Loterengo cognominato Tartarino) i quali, rifugiatisi a Brescia, avrebbero dato origine alla famiglia Caprioli.

Il 1268 vede ancora i principi Della Torre in azione contro i guelfi bresciani, attraversato l'Oglio, entrano in questa provincia e s'impadroniscono del castello di Capriolo.

In epoca viscontea e durante la Repubblica di Venezia, Capriolo fece parte della Quadra di Palazzolo.

E fu durante l'epoca viscontea, nel 1368 che l'imperatore Carlo IV di Lussemburgo scese in Italia con 40.000 uomini comandati da Uberto di Fiandra devastando varie terre del bresciano tra cui Montichiari, Capriolo, Palazzolo.

La congiura antiviscontea di Gussago richiese l'appoggio a Venezia a questa seguì l'occupazione di Brescia, nel 1425, da parte del Carmagnola la conclusione fu la successiva convenzione di pace tra Brescia e Venezia mediata da Papa Martino V, il 30 dicembre 1426 Brescia col territorio tutto, e per quaranta passi anco al di là dell'Oglio rimase ai Veneti ma molte terre, tra cui Capriolo, Chiari, Orzinuovi, Palazzolo e Iseo oltre a quasi tutta la Val Camonica, rimanevano ancora in potestà del Visconti. Ma dopo la vittoria del Carmagnola a Maclodio anche queste terre vennero assoggettate alla Repubblica Veneziana.

Tolto ai Veneziani nel 1438 dal Piccinino, il paese venne restituito all'esercito veneto nel 1441 con la pace di Cremona, nel novembre di quell'anno, le due parti stabilirono i confini dell'Adda.

Durante la guerra Francia-Spagna-Impero, a Capriolo si stanziarono a lungo le truppe svizzere.

In un'antica mappa del Lago d'Iseo, 1510 ca., disegnata da Leonardo da Vinci, in basso nella parte centrale dell'immagine si legge abbastanza chiaramente Chapriolo così come scriveva Leonardo nella caratteristica scrittura speculare. Secondo Bresciaoggi, quotidiano bresciano: Si suppone che al genio di Vinci, a quell'epoca al servizio del re di Francia Luigi XII, che era impegnato nella campagna militare contro la Repubblica di Venezia, fosse stato commissionato uno studio sulla geografia dei luoghi, fra i quali uno sul corso dell'Oglio.

Dopo essere stato nel 1516 in balia delle truppe francesi del Lautrech che... Venuti sul Bergamasco prendevano il castello di Sarnico ne tagliavano a pezzi la guarnigione e attraversato il lago d'Iseo mettevano a socuadro i luoghi di Rivatica di Sarnico di Paratico di Capriolo..., nel 1521, sotto l'incalzare delle truppe del cardinale Ennio, gli abitanti di Capriolo dovettero fuggire sui monti, senza però che esse facessero molti danni.

Nel 1522 l'esercito di Prospero Colonna, dopo la battaglia della Bicocca, il 5, 6 e 7 maggio, tra gli altri paesi della zona, alloggiò anche in Capriolo.

Nel 1529 si ribellarono alle angherie delle truppe imperiali e buttarono un buon numero di soldati in un burrone.

Castello, ò Rocca in cima alla colina che il Da Lezze vide nel 1609-1610 derocata antiqua, et destrutta con le sue muraglie venne ceduta sulla fine del 1600 alle monache che, trasferitesi qui dall'isola delle Grazie di Venezia, il 18 settembre 1694 abitarono il convento eretto dal 1692 in poi. Nel 1812 il convento passò poi alle suore Orsoline.

Il dominio veneto segnò un periodo di pace, disturbato tuttavia da gravi epidemie: la peste del 1505 riportata dal Caprioli che ricorda anche la successiva siccità , per quella del 1630 vi sono due testimonianze rese durante il processo tra i Sindaci di Capriolo e il Conte di Calepio (1661-1665) Andrea Consoli che afferma: …in quel ocasione ne morsero più della metà esendo che ne morsero da settecento e più… e Gerolamo Todesco conferma: …seppellissimo 550 cadaveri oltre quelli che venivano sepolti anche d'altre persone… ne morsero quell'anno li doj terzi. e da periodi di crisi economica: Ascanio Lantieri de' Paratico riporta nei Diari: Adì 19 marzo 1527 tempestette la metà de questa terra de Capriolo verso Olio una cum Tagliuno, Calepi et Paraticho talmente che non se raccolse ne anche una quarta. de biava ne uno mojolo de vino in tutti quelli lochi, Item adì 5 zugno tempestete il resto di questa terra una cum Adro et parte de Herbusco […] talmente che fè tutta la. ruina de queste terre. Poi seguitte la carestia grande… proseguita nell'anno successivo: 1528. – Memoria como per tal carestia molte persone et infinite sono morte in miseria per non aver il modo di prevalerse….

Anche il periodo della rivoluzione giacobina bresciana e napoleonica incise sulla vita di Capriolo.

Pacifica fu la vita di Capriolo anche sotto il dominio austriaco, tanto che venne dedicata a Ferdinando I la palazzina comunale edificata nel 1838.

Il Comune fu dominato dapprima dagli elementi liberali, appartenenti alle famiglie più in vista della nobiltà locale, fino a quando, sulla fine del secolo XIX, comparve sulla scena una borghesia forte e attiva e il movimento cattolico, di cui fu principale promotore il prevosto Luigi Minelli, che si sviluppò parallelamente al movimento industriale e che espresse una società operaia (1883), una società di mutuo soccorso "La Formica" (1885), una cassa rurale (1896).

Lo sviluppo economico sociale è indicato nel 1909 dalla costruzione dell'edificio scolastico, ampliato poi nel 1935 e sostituito da un nuovo complesso costruito nel 1972.

Capriolo conobbe la violenza fascista. Parroco e curato vennero catturati il 2 dicembre 1922 da una banda fascista; vennero però liberati a furor di popolo, accorso con tridenti e fucili da caccia.

Ome

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Rodengo Saiano

 

La storia

L'abbazia fu fondata dai monaci cluniacensi - congregazione dell'Ordine di San Benedetto - verso la metà dell'XI secolo. Un documento del 1085 parla di un già esistente monastero; un altro documento del 1109 fa menzione della dedicazione a san Nicola, che rimarrà inalterata nel tempo[1].
La ubicazione del monastero fu posta su un quadrivio romano, che portava alla città e serviva da ostello per i pellegrini in viaggio per Roma. Il sito era già stato occupato in età romana ed altomedievale, come documentato da scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di un muro romano e di una capanna longobarda.

Lo sviluppo del monastero - come quello di altri cenobi cluniacensi presenti in Franciacorta- avvenne inizialmente per impulso della importante badia di Pontida e di quella di San Paolo d'Argon. Il monastero di Rodengo affermò presto una propria autonomia, in connessione anche con lo sviluppo economico dovuto alle molteplici donazioni ed acquisti di proprietà terriere. Come per tutti gli altri monasteri benedettini la gestione di tali proprietà fece subito riferimento all'ausilio di fratelli conversi.

Già nella seconda metà del XIII secolo, tuttavia, lo sviluppo spirituale ed economico del monastero si era arrestato. Documenti relativi alle adunanze capitolari riferiscono di un numero di monaci e di conversi che non arrivava a dieci persone[2]. Alla fine del XIV secolo si arrivò alla installazione di un abate commendatario al posto di quello nominato dall'ordine cluniacense; ma tale evenienza non arrestò - anzi accelerò – la decadenza del monastero. Le autorità che avevano voce in capitolo (dal papato, alla diocesi di Brescia, alla Repubblica di Venezia che aveva inglobato i territori bresciani, alla municipalità di Rodengo) si trovarono spesso in disaccordo sulle scelte relative alla gestione del monastero.

Nel 1446, per volere di papa Eugenio IV, la primitiva abbazia fu affidata agli olivetani. Aspri contrasti segnarono la rinuncia ai propri privilegi da parte dell'ultimo abate commendatario, e solo nel 1450 il passaggio del monastero agli olivetani divenne definitivo.

Iniziò subito una forte ripresa delle fortune spirituali ed economiche del monastero. Fu consolidato l'impiego delle proprietà terriere ed altre vennero acquisite anche attraverso i lavori di bonifica dei terreni paludosi circostanti.
Fin dal 1450 si assunse la decisione di riedificare il complesso abbaziale, a cominciare dalla chiesa di San Nicola, interamente ricostruita nel luogo ove sorgeva la vecchia chiesa cluniacensa.
Il progetto di ampliamento delle strutture architettoniche riguardò presto anche la costruzione del chiostro occidentale e del chiostro grande, (rifatto poi nel 1560-70, con l'ampliamento dei piani superiori), e progressivamente interessò tutto il monastero. I priori olivetani si mostrarono subito consapevoli della importanza delle azione intrapresa e furono attenti a valersi della collaborazione dei più importanti artisti bresciani.

Il fervore di opere costruttive si protrasse per circa tre secoli dando luogo ad uno dei complessi abbaziali artisticamente più significativi dell'Italia settentrionale. Nel Cinquecento furono coinvolti pittori come il Romanino, il Moretto, Lattanzio Gambara e Grazio Cossali; in epoche successive troviamo troviamo impegnati i pittori Gian Giacomo Barbelli, Giovan Battista Sassi ed altri. Di grande pregio sono anche alcune opere lignee (come il coro a tarsie realizzato da Cristoforo Rocchi nel 1480), opere marmoree ed in ceramica (come le decorazioni del chiostro maggiore).

Nel 1797 il Governo Provvisorio di Brescia, in virtù delle leggi napoleoniche, decretò la soppressione del monastero e la sua assegnazione all'Ospedale femminile di Brescia.

Dopo un lungo periodo di decadenza, nel 1969 l'abbazia è tornata, per interessamento di papa Paolo VI ai monaci olivetani. Si è da allora avviata – con il sostegno della Sovrintendenza di Brescia e di numerose associazioni – un'ininterrotta opera tesa a riportare il complesso architettonico al suo antico splendore.

 

Il refettorio della foresteria

La visita al refettorio della foresteria – dov'era la mensa riservata ad accogliere gli ospiti forestieri – presenta un notevolissimo interesse per la presenza di affreschi che il Romanino eseguì verso il 1530. Essa viene anche indicata come "Sala Romanino".

Due notevoli scene di soggetto evangelico, oggi non più visibili, furono affrescate dal pittore bresciano sulla parete occidentale della sala: la Cena in Emmaus e la Cena in casa di Simone Fariseo; due raffigurazioni scelte con evidenza per celebrare il tema della Ospitalità. Esse furono staccate nel 1864 e trasferite nel 1882 alla Pinacoteca Tosio Martinengo.
A seguito dei lavori di restauro del 1979 sono riemersi sulla parete consistenti strati di pittura che erano rimasti aderenti all'intonaco: essi consentono ancora di intravedere il disegno delle due scene e di intuire così quale poteva essere l'aspetto originale del refettorio. Una copia (in dimensioni ridotte) delle due scene è stata riproposta nella sala a vantaggio dei visitatori: essi possono in tal modo apprezzare nel dipinto la forza del colorito, la solidità delle figure, lo stile rapido e sciolto, l'ambientazione popolana delle scene, narrate con un linguaggio connotato da grande umanità e da un marcato anticlassicismo.

Sulla parete di fronte si possono ancora ammirare, intatti, gli affreschi eseguiti dal Romanino: una lunetta con la Madonna col Bambino e San Giovannino e, più in basso, due riquadri incassati nel muro, raffiguranti Gesù e la Samaritana al pozzo e (esempio insolito di "natura morta") una Dispensa con stoviglie.

L'affresco nella lunetta costituisce uno struggente brano di poesia. La Madonna è raffigurata mentre guarda con animo dolente verso san Giovannino, che ha al suo fianco un agnello annunciante il necessario sacrificio del Redentore, mentre il Bambino sembra, con un gesto assai familiare, voler scendere dalle ginocchia della madre. Le figure sono illuminate da una luce che viene dal basso sulla loro sinistra; esattamente dov'è posta una finestra che dà luce alla stanza: si tratta di un'altra invenzione dettata dal realismo del Romanino.

 

I tre chiostri

Uno degli elementi che maggiormente caratterizzano l'Abbazia di Rodengo è dato dalla presenza di tre chiostri rinascimentali, realizzati con continuità, a partire dagli ultimi decenni del XV secolo, in un arco di tempo di un centinaio di anni.
Il chiostro piccolo, posto in prossimità della chiesa, è verosimilmente quello avviato per primo, utilizzando anche materiale proveniente dal preesistente chiostro cluniacense. Le dimensioni ridotte, le linee di grande semplicità dei suoi corridoi e delle sue arcate con cordonature in cotto, l'aspetto ancora goticizzante dato dalle diverse forme dei capitelli a fogliami, conferiscono all'ambiente un'atmosfera di notevole raccoglimento.

Il chiostro grande (o chiostro del Cinquecento) si connota per la elegante maestosità, dei due loggiati sovrapposti: quello inferiore, con dieci archi per lato, e quello superiore che corre, con archi raddoppiati, lungo tre lati della pianta quadrata. La qualità estetica del chiostro, di gusto pienamente rinascimentale, è impreziosita da una decorazione in maiolica che compone il cornicione che occupa ininterrottamente il lato meridionale. Al centro del prato è posta una pergola in ferro battuto.
Si affacciano sul chiostro quelli che earano i locali di servizio dell'abbazia (la cucina, il pozzo e l'acquaio, il forno, la foresteria, ecc.). Vi si affaccia inoltre la cosiddetta "sala Sansone" che prende il nome dagli affreschi, opera di un artista bresciano del XVI secolo, che ne adornano la parete centrale e le lunette, aventi come tema le imprese dell'eroe biblico.

Il chiostro della cisterna (o chiostro delle meridiane) fu realizzato all'incirca nel decennio 1580 -90. La struttura architettonica, con archi sorretti da colonne binate poggianti direttamente sulla pavimentazione[7], è improntata ad un gusto tardorinascimentale poco diffuso in territorio bresciano. Al centro del cortile acciottolato, su un basamento di tre scalini, poggia un pozzo di ferro battuto (costruito in un periodo più tardo).
Caratteristica è la presenza di tre meridiane su tre lati diversi del chiostro; la più elegante, datata 1648, mostra lo stemma degli olivetani (monte di tre cime sormontato da croce con rami d'ulivo)
Sul chiostro si affaccia quella che era la Sala del Capitolo (oggi utilizzata come cappella), la cui parete centrale è adornata da un affresco raffigurante Cristo risorgente (1599). Il dipinto, già attribuito a Lattanzio Gambara, è ora assegnato al pittore bresciano Pietro da Morone.

Monte Orfano

 

Storia

Per la Franciacorta dovette essere sempre importante il centrale e boscoso Monte Orfano, un colle isolato ed esteso per circa 5 km al centro della Transpadania, con una cima a 452 m s.l.m., osservatorio naturale dalla visualità illimitata, del quale necessariamente già i primi abitanti dovettero servirsi. Una vasta rete si sentieri lo doveva già percorrere a varie quote sui due versanti e sulla cresta, congiungendo le aree destinate ad attività rurali, religiose e commerciali che restarono in attività fino a tutto il medioevo.

Era molto ricco di legname, come lo è ancora oggi e le sue solidissime pietre, furono utilizzate in numerose costruzioni militari, civili e religiose di tutta l'area fino a tempi molto recenti. Il Monte era indispensabile anche per presidiare la sottostante viabilità, sorvegliando una vasta area verso Milano, la pianura, Brescia, la Valcamonica e il Lago d'Iseo con gli sbocchi delle valli bergamasche.

Il Monte Orfano emerge da una fertile pianura, ed è caratterizzato su due versanti da emergenze particolari. A nord la Moia che raccoglieva le acque confluenti da Erbusco e dal versante settentrionale del Monte Orfano, con una notevole dimensione. Oggi è interamente interrata a causa dell'accumulo di fango e detriti e la sua diga naturale e artificiale Visnarda è stata completamente eliminata. A est si trovano il centro di Rovato, dominato dal castello che nei secoli ebbe altre dimensioni e caratteristiche, e il baluardo naturale e separato di S.Donato, area circondata da lagozze che scaricavano attraverso il Plos. Poco più a nord le importanti aree lacustri della fascia Paratico-Iseo-Timoline-Torbiato-Borgonato.

Ricchezza idrologica e fertilità di terreno furono valorizzate e organizzate per raggiungere pieno sviluppo con il monachesimo benedettino e cluniacese quando l'area agraria intermorenica e quella contigua della pianura furono divise in poderi.

Rientro ore 17,30