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NOTIZIE

2017 Brescia

 

5 Marzo 2017

Partenza ore 8.00

Brescia

Visita con guida al seguito

(costo 110,00 €)

Piazza Foro, la città romana, zona archeologica patrimonio Unesco

Piazza del Foro è una delle piazze più antiche di Brescia, nata sul foro della città romana del I secolo d.C.. Fa parte del quartiere di Brescia Antica, nel cuore del centro storico, attraversata a nord da via dei Musei. È di forma rettangolare e vi si trova la maggior parte dei resti romani della città, divisi tra il Capitolium, la basilica civile e gli scavi archeologici di Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino.

 

Pur risalente alla prima età del ferro, come dimostrano alcuni studi archeologici sui reperti custoditi in palazzo Martinengo, la piazza ha avuto il suo massimo splendore in epoca romana.

All'antico foro romano è stato attribuito da molti il ruolo di centro della vita civile e religiosa della Brixia romana, come dimostrano le presenze del tempio capitolino, posto nella parte settentrionale della piazza, che comprendeva due file di portici laterali di cui è rimasto qualche segno nella parte centrale della piazza, e della Basilica (o tribunale), di cui si conservano alcuni reperti nei palazzi circostanti.

Un'ulteriore dimostrazione della centralità che questa piazza ricopriva nella vita dell'antica Brixia Romana, è la presenza dell'antico Decumano Massimo, antica strada cittadina che permetteva i collegamenti con gli altri centri abitati della zona sull'asse Bergamo-Verona, quella che attualmente è Via Musei, che divideva la piazza da un altro edificio romano, anche se di epoca successiva, il teatro.

Piazza Paolo VI, la città medievale, con visita delle due cattredali:

Duomo Vecchio

Il Duomo vecchio, ufficialmente concattedrale invernale di Santa Maria Assunta, è la concattedrale di Brescia, titolo che divide con l'adiacente Duomo nuovo. Costruito a partire dall'XI secolo sopra una precedente basilica, ha subito più di un ampliamento nel corso dei secoli ma ha conservato intatta l'originale struttura romanica, che ne fa uno dei più importanti esempi di rotonde romaniche in Italia[1]. La cattedrale contiene anche numerose e importanti opere, fra le quali spiccano un sepolcro di Bonino da Campione, l'organo di Giangiacomo Antegnati, il sarcofago marmoreo di Berardo Maggi e il ciclo di tele del Moretto e del Romanino realizzato per la cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro de Dom e qui trasferite dopo la sua demolizione. Di grande importanza è anche la cripta, risalente al VI secolo ma restaurata nell'VIII secolo.

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La storia del Duomo vecchio ha inizio con la demolizione dell'ormai vecchia e inadeguata Basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, un edificio paleocristiano costruito forse nel VII secolo e approssimativamente coevo alla Basilica di San Pietro de Dom, oggi sostituita dal Duomo nuovo. La basilica, di pianta longitudinale, senza transetto, coperta da un semplice tetto di capriate a vista e arricchita nell'VIII secolo dalla "Cripta di San Filastrio", doveva inoltre essere uscita verosimilmente distrutta o molto danneggiata dall'incendio che devastò la città nel 1095. Studi compiuti negli ultimi anni del Novecento hanno concluso che il cantiere della nuova cattedrale dovette essere già avviato, più o meno largamente, prima del grande incendio e che quest'ultimo, pertanto, si limitò a confermare definitivamente la sorte della basilica paleocristiana. Nella prima metà del XII secolo la nuova cattedrale doveva essere compiuta, conservando di Santa Maria Maggiore solamente la cripta sottostante.

Verso la fine del Duecento, Berardo Maggi, vescovo e primo signore di Brescia, opera un ampliamento del presbiterio e fa decorare gli interni, ma non si è certi se l'intervento riguardò le sole volte di copertura del deambulatorio oppure anche le pareti e la cupola centrale. Lavori più imponenti vengono messi in pratica nella stessa zona fra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento per mano di Bernardino da Martinengo, che prolunga notevolmente il presbiterio a est (1490), coprendolo con volte a crociera di carattere ancora gotico. Al cantiere partecipa anche Filippo Grassi, futuro direttore del cantiere di palazzo della Loggia. Nella stessa circostanza viene inoltre aggiunto il transetto, completandolo con la cappella delle Sante Croci sul lato sinistro (1495). Il nuovo presbiterio vede la partecipazione di Gasparo Cairano nella realizzazione delle chiavi di volta, mentre Vincenzo Civerchio ne affresca le pareti con le Storie della Vergine, in seguito perdute. All'indomani del tragico sacco di Brescia per opera dell'esercito di Gaston de Foix-Nemours, nel 1512, il Comune di Brescia decide di dedicare maggiori sforzi all'abbellimento della cattedrale: nel 1518 viene installato l'organo di Giovanni da Pinerolo, decorato con ante dipinte da Floriano Ferramola e dal Moretto oggi conservate nella chiesa di Santa Maria in Valvendra a Lovere. Nel 1536 lo strumento è già sostituito da quello ancora presente, opera monumentale di Giangiacomo Antegnati, che viene arricchito da ante realizzate dal Romanino, oggi nel Duomo nuovo.

Dal 1571 ha inizio il riordino degli interni secondo le direttive della Controriforma, affidato all'architetto Giovanni Maria Piantavigna. È stata inoltre appena vinta, il 7 ottobre, la Battaglia di Lepanto dalle forze della Repubblica di Venezia, dominante sulla città: era il giorno dedicato a Santa Giustina di Padova e la costruzione di cappelle a lei dedicate si diffonde velocemente in tutti i territori della Repubblica. Il Piantavigna, per ragioni di simmetria con la già presente cappella delle Sante Croci, posiziona la nuova cappella di Santa Giustina sul lato destro del transetto, che cambierà poi intitolazione come cappella del Santissimo Sacramento. Inoltre, ristruttura la cappella delle Sante Croci e fa ridipingere il transetto da Tommaso Sandrini e Francesco Giugno, la cui opera è giunta fino a noi a tratti. La cappella delle Sante Croci, fra l'altro, subirà un ulteriore e definitivo restauro nei primi anni il Seicento. Infine, sposta l'ingresso originario della cattedrale e lo pone dov'è tuttora.

Gli interni della cattedrale passano indisturbati sia il Settecento, sia l'Ottocento, fino alla fine di quest'ultimo quando, in seguito a preoccupanti problemi statici manifestatisi, il Duomo viene sottoposto a un radicale e generalizzato intervento di restauro e consolidamento delle strutture, diretto da Luigi Arcioni. Il restauro porta all'eliminazione di molte aggiunte e sovrastrutture barocche, ridonando all'imponente mole romanica parte del suo essenziale aspetto originario.

Alla fine del Novecento gli affreschi del transetto vengono ripuliti e restaurati, soprattutto per rimediare ai costanti problemi di umidità che affliggono l'edificio. Nei primi mesi il 2010, inoltre, dopo una serie di piogge abbondanti, il problema ha raggiunto l'apice con l'inondazione della cripta, rimasta sommersa sotto una decina di centimetri d'acqua per alcune settimane. Una certa soluzione sembra essere stata fornita da opere di coibentazione dei muri interrati, messe in pratica durante l'estate del 2010.

Duomo Nuovo

Il Duomo nuovo, o più correttamente cattedrale estiva di Santa Maria Assunta, è la chiesa principale di Brescia, situata in piazza Paolo VI, già piazza del Duomo. Fu eretta tra il 1604 e il 1825 sull'area in cui sorgeva la basilica paleocristiana di San Pietro de Dom (V-VI secolo).

 

La storia della cattedrale ha inizio nel 1603, quando Agostino Avanzo rileva l'antica basilica paleocristiana di San Pietro de Dom, per ottenere una visuale completa dell'area disponibile alla realizzazione di un nuovo edificio religioso. La vecchia basilica, ormai in condizioni pericolanti, doveva essere sostituita da una nuova cattedrale, più idonea alle nuove esigenze architettoniche dettate dalla Controriforma e più in linea con le architetture dell'epoca. Agostino Avanzo presenta un primo progetto del Duomo, un ibrido fra il manierismo e il classicismo: pianta a croce latina, con tre navate e transetto, altari laterali sporgenti e grande cupola centrale. Quest'ultima, in particolare, si impose fin dalle primissime idee sul progetto e accompagnerà il cantiere nei secoli come una specie di grande aspirazione comune, voluta e, in fondo, sognata da tutti gli architetti che vi lavoreranno.

Giovanni Battista Lantana, appena uscito dall'accademia e fresco di studi, al contrario dell'Avanzo che era ormai un maestro di tradizione, presenta un progetto abbastanza simile ma più moderno e con una maggiore attenzione strutturale. Entrambe le idee vengono però scartate dai deputati della commissione di cantiere, eletti dal Comune e dal vescovo, soprattutto per il fatto che non presentavano sufficienti affinità con le direttive del Concilio di Trento nell'ambito dell'architettura religiosa. Il Lantana presenta quindi un nuovo progetto con pianta a croce greca inscritta in un quadrato, grande cupola centrale contornata da quattro cupole minori e abside sporgente, abbastanza simile a quello presentato da Bramante per la basilica di San Pietro ma senza la navata esterna e solamente con l'abside di fondo, progetto che viene accolto dalla commissione. I dibattiti non tardano a nascere: si hanno dubbi anche sulla stessa posizione che dovrà avere la cattedrale, cioè se sia il caso di costruirla al posto della basilica di San Pietro de Dom, demolendola, o magari di posizionarla sul lato sud della piazza, creando un fondale monumentale di pieno gusto barocco. In questo luogo, però, dove sorge oggi l'ottocentesco palazzo del Credito Agrario Bresciano, era presente la residenza dei Negroboni, aristocratici bresciani, una grande villa con giardino. I Negroboni, in cambio della cessione del terreno e della conseguente distruzione della villa, ne pretendevano un'altra con parco annesso e, inoltre, la basilica di San Pietro di Dom sarebbe rimasta in piedi, richiedendo a breve un restauro radicale. Si optò quindi per la soluzione più economica, ovvero di demolire l'antica basilica e di costruire al suo posto il nuovo duomo.

A questo punto si generarono altre discussioni: il progetto del Lantana era troppo simile alla conformazione del Duomo vecchio, proprio lì accanto, e la croce greca proposta era, praticamente, troppo moderna e ancora poco compresa dalle maestranze e dalla popolazione, nonché nuovamente incompatibile con i regolamenti della controriforma. Notare, comunque, come quest'ultimo problema non fosse così determinante: la pianta a croce greca, innalzata a impianto perfetto dell'architettura religiosa da praticamente tutti i più importanti artisti rinascimentali (da Leonardo da Vinci a Bramante, a Antonio da Sangallo il Giovane), era notevolmente radicata nell'ideologia sul tema, tanto che nemmeno la controriforma non riuscì mai del tutto a contrastarla. In tal senso, facevano già testo le chiese di Sant'Alessandro in Zebedia a Milano e di Santa Maria di Carignano a Genova, costruite appunto a croce greca proprio in quegli anni, rendendola, per così dire, non del tutto inedita. Proprio alla chiesa di Carignano, difatti, è probabile che si rifece il Lantana per il suo progetto, poiché i primi lapicidi che lavoreranno al cantiere del duomo saranno proprio gli Orsolini, genovesi. Il Lantana propone infine un terzo progetto, che si rivela essere quello definitivo: viene aggiunto un ordine minore tuscanico da affiancare a quello maggiore corinzio e viene posta un'ulteriore cupola sull'abside, che sarebbe stata retta da alcuni contrafforti esterni intervallati da nicchie. Per queste ultime, i deputati della fabbrica già commissionano le statue decorative a Giovanni Antonio Carra, capostipite di un'illustre famiglia di scultori bresciani.

La posa della prima pietra avviene nel 1604 e la piazza antistante viene subito occupata dai casotti dei lapicidi, trasformandosi in una vera scuola di scultura e architettura, quest'ultima da sempre mancante a Brescia. Le polemiche, comunque, non si attenuano: al centro di tutte è ancora la questione della pianta a croce greca, che i più vorrebbero trasformata in croce latina. A capo degli oppositori si pone Pier Maria Bagnadore, più per ostacolare il rivale Lantana che per questioni architettoniche. Propone un progetto alternativo, praticamente una copia di quello definitivo del Lantana con la sola aggiunta di una campata verso ovest che convertisse la croce greca in una croce latina. La "battaglia" viene vinta dal Bagnadore, che assume l'incarico di direttore dei lavori, mentre il Lantana resta a gestire l'aspetto economico del cantiere. Ma la rivalità fra i due è insanabile: i disaccordi emergono ovunque e per qualsiasi particolare e il cantiere si blocca per lunghi periodi. Il progetto subisce alcune modifiche: ai lati dell'abside vengono poste due strutture di servizio, di cui una utilizzata come canonica. L'abside risulta quindi inglobato fra di esse e non più sporgente, tanto che la cupola di copertura non avrà più bisogno di contrafforti. Anche le nicchie esterne, decorate dalle statue dei Carra, si ridurranno a due dalle forse cinque di partenza e gli scultori vi posizioneranno solamente le statue dei santi Faustino e Giovita, tuttora presenti. Oltretutto, nemmeno il Bagnadore, entrato nel cantiere come "difensore" della pianta a croce latina, la realizzerà veramente: un'ulteriore modifica al progetto, da lui stesso operata, rende la pianta del duomo nuovamente a croce greca, assottigliando talmente la campata aggiunta poco tempo prima da eliminarla del tutto e riducendola a nient'altro che a due nicchie fra i piloni di controfacciata, nemmeno collegate fra di loro. Il continuo contrasto con il Bagnadore e, forse, anche questo suo discutibile comportamento, praticamente ipocrita, portano il Lantana all'abbandono del cantiere entro poco tempo. La goccia che fece traboccare il vaso, per così dire, pare fu l'arrivo di Tommaso Lorando, un allievo dello stesso Lantana, che gli venne affiancato nella gestione della contabilità, forse mettendo in discussione le capacità del Lantana anche in questo campo e generando un suo definitivo rifiuto a seguire il percorso della fabbrica.

Il cantiere subisce nuovamente lunghi arresti. Il ritorno all'impianto a croce greca da parte del Bagnadore porta l'architetto fuori dalle grazie del vescovo di Brescia Giorgi, che lo allontana dal cantiere nel 1611 e chiama al suo posto il milanese Lorenzo Binago, realizzatore della chiesa di Sant'Alessandro in Zebedia, proprio una di quelle che aveva forse ispirato il progetto di partenza del Lantana. Si entra nella seconda fase di costruzione del duomo: a fianco del Binago viene posto Antonio Comino, altro grande esponente dell'architettura e scultura bresciane dell'epoca e realizzatore del progetto di ricostruzione della chiesa dei Santi Faustino e Giovita. Comino diventa il direttore dei lavori, mentre Binago resta progettista e sovrintendente. Viene prodotta una notevole quantità di disegni di carattere esecutivo, corredati da annotazioni e spiegazioni. La facciata pensata dal Binago è più barocca e contornata da due torri-campanile, come era di moda all'epoca per gli edifici religiosi. Quest'ultima soluzione, però, è nuovamente troppo moderna agli occhi della popolazione e dell'amministrazione, tanto che non si era mai vista a Brescia una chiesa con due torri in facciata. Oltretutto, se fossero state realizzate, le torri sulla piazza si sarebbero rivelate ben quattro: le due del duomo, la Torre del Popolo del Broletto e il campanile del Duomo vecchio, oggi non più esistente perché crollato nel 1708. L'idea, in teoria, sarebbe servita per "imbarocchire" la piazza, ma i tempi non erano ancora maturi e così le torri non furono mai costruite.

L'epidemia di peste che interessò il Nord Italia attorno al 1630 e la conseguente crisi economica e demografica misero a dura prova anche il cantiere del duomo, provocando un arresto quasi quarantennale. Il cantiere riprende, fra alti e bassi, nella seconda metà del Seicento, ma sarà solo alla fine del secolo che potrà dirsi riavviato. Particolare degno di nota è che, se i lavori poterono riprendere abbastanza presto, lo si dovette a tutte le eredità donate alla Chiesa dall'enorme numero di defunti provocato dalla peste, che mise quindi la Diocesi di Brescia in condizioni economiche sufficienti a riaprire la fabbrica sebbene, al di fuori, la crisi ancora imperversava. Alla ripopolazione del cantiere, dunque, i personaggi erano ovviamente tutti mutati: comincia la terza fase di costruzione dell'edificio. Nel 1698 Luca Serena, figlio del pittore Nicola Serena, disegna un progetto per il completamento del duomo, così come farà nel 1711 Giuseppe Antonio Torri, artista al tempo di fama nazionale, presentando inoltre una copertura dell'abside a carena di nave, mai realizzata. Antonio Biasio diventa, pochi anni dopo, il nuovo direttore dei lavori e nel 1719 progetta una nuova facciata, in sostituzione a quella del Binago, con coronamento a frontone semicircolare, molto di moda al tempo. L'idea rimarrà fino al 1748, quando un'altra modifica sempre ad opera del Biasio modificherà il frontone in forma di arco ribassato, nuovamente seguendo i costumi dell'epoca. In questi anni si ha il fiorente episcopato del Cardinale Angelo Maria Querini, che darà un forte impulso ai lavori.

Nel 1758 il Biasio muore e alla direzione della fabbrica subentra Giovanni Battista Marchetti, accompagnato da suo figlio Antonio. La facciata, al momento terminata solo nella metà inferiore, viene nuovamente modificata e questa volta secondo il gusto neoclassico, proponendo un frontone triangolare che sarà poi quello definitivo. Anche l'imposta della cupola subisce alcune variazioni e viene leggermente rialzata, come era tipico fare in quegli anni. Il cantiere, comunque, non si completerà a breve e bisognerà aspettare ancora poco meno di un secolo per vedere finalmente realizzata, nel 1825, anche la grande cupola disegnata da Luigi Cagnola e messa in opera da Rodolfo Vantini, quella cupola che, fin dall'inizio, come detto, aveva rappresentato l'elemento trainante e comune di tutti i progetti. Alla grande struttura verranno apposti, sulla superficie interna, i vari elementi dell'apparato decorativo in stucco e marmo scolpiti da Giovanni Battista Carboni alla fine del Settecento, a cupola ancora incompleta. La facciata, invece, oggetto di tante modifiche, alla fine non sarà nemmeno completata del tutto, poiché sarà tralasciato il coronamento a balaustra che si sarebbe dovuto apporre lungo la linea di gronda del tetto.

Il duomo subì notevoli danni durante il bombardamento aereo della città avvenuto nel 1943: il rivestimento in piombo della cupola si incendiò e il retro fu in numerosi punti scalfito e abraso dalla caduta di una bomba su un palazzo sull'altro lato della strada, che esplose danneggiando la parete della cattedrale. Oggetto di restauro nel dopoguerra, ha oggi ripreso l'aspetto originale, sebbene le scalfitture sulle pareti dell'abside siano tuttora presenti.

Piazza Loggia, periodo veneto

Piazza della Loggia, o più semplicemente nota come Piazza Loggia, è una delle principali piazze di Brescia. La sua forma è rettangolare, delimitata da una serie di edifici di epoca veneziana, tra cui spicca la Loggia, sede della giunta comunale di Brescia.

 

Piazza della Loggia venne progettata in piena epoca rinascimentale, e verso la fine del XV secolo si cominciò la costruzione vera e propria[1].

La piazza divenne subito il cuore pulsante della città sia per la sua posizione, sia per la presenza della Loggia, iniziata nel 1489 sotto la direzione di Filippo Grassi e ultimata nel 1574, che diventerà sede della vita amministrativa cittadina negli anni.

Tutto intorno alla piazza si trovano edifici cinquecenteschi in chiaro stile veneziano, abbastanza modesti nello stile, ma di forte impatto visivo, mentre di fronte alla Loggia, nel lato orientale, troviamo i portici anch'essi in stile rinascimentale sormontati dalla " torretta dell'Orologio", denominata così per la presenza di un antico orologio del 1546.

Di particolare significato artistico, l'orologio presenta ai 4 angoli altrettanti angioletti in rame dorato a rappresentazione dei venti; e 2 statue maschili in bronzo chiamati in dialetto bresciano "i macc de le ure", che scandiscono le ore diurne battendo il martello sulla campana posta in cima all'orologio.

Nel lato meridionale della piazza troviamo l'edificio del Monte di Pietà vecchio, eretto tra il 1484 ed il 1489, che presenta nella parte inferiore una piccola loggia veneta divisa in due arcate, e la facciata principale adornata da numerose iscrizioni di epoca romana, derivanti da materiali archeologici riutilizzati per la sua costruzione[1]. Nella parte superiore invece si compone di una loggetta con 7 piccoli archi e un balcone (probabilmente usato come pulpito per le orazioni).

La diramazione nord orientale della piazza ospita il monumento alla Bella Italia, eretto per mano dello scultore Giovanni Battista Lombardi nel 1864 in sostituzione della colonna veneziana con il leone di san Marco in cima, abbattuta dai rivoluzionari già nel 1797.

L'attentato del 1974

La piazza oltre che per la bellezza architettonica e per il ruolo sicuramente centrale nella vita cittadina, è diventata tristemente famosa per la strage che il 28 maggio del 1974, durante una manifestazione antifascista, uccise 8 persone e ne ferì altre 102.

Le "statue parlanti"

La piazza ospita tre delle quattro "statue parlanti" di Brescia, un gruppo di sculture di varia epoca su cui i bresciani erano soliti in passato affiggere messaggi anonimi, contenenti critiche contro i governanti. In particolare, sotto il porticato del Palazzo della Loggia è collocata la Lodoiga, scultura risalente alla seconda metà del Cinquecento. Tale statua, posta a diretto contatto con la piazza, era considerata dai bresciani come "portavoce" delle lamentele del popolo, che esprimeva le proprie critiche attraverso biglietti e fogli incollati anonimamente sulla statua stessa o sul muro adiacente ad essa. A fare da contraltare alla Lodoiga vi erano i due "macc de le ure", chiamati Tone e Batista, posti sulla sommità della Torre dell'Orologio. Data la loro collocazione, sovrastante rispetto alla piazza, erano considerati patteggianti il governo cittadino, in aperto contrasto quindi con la Lodoiga.

Piazzetta Tito Speri, eroe delle Dieci Giornate

Piazza Vittoria, novecentesca

Piazza della Vittoria, o più semplicemente piazza Vittoria, è una delle principali piazze di Brescia, costruita fra il 1927 e il 1932 su progetto dell'architetto e urbanista Marcello Piacentini attraverso la demolizione di una parte del centro storico medievale. Oggetto di smantellamento degli elementi rappresentativi dell'ideologia fascista nel secondo dopoguerra è un emblema di architettura e organizzazione urbanistica del ventennio.

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La piazza fu realizzata nel 1932 attraverso la demolizione dell'antica area medievale del quartiere delle Pescherie, il lembo meridionale del quartiere del Carmine che al tempo si estendeva fin lì, chiuso a est dai portici di Via Dieci Giornate. Il quartiere si sviluppava fra vicoli angusti, larghi anche solo due metri, su cui si affacciavano edifici di edilizia medievale che toccavano i venticinque metri di altezza. Le principali attività commerciali del quartiere, cioè commercio di pesce, formaggio, carne e granaglie ne facevano un luogo importante dal punto di vista commerciale. Sostenuti da una forma politica che non ammetteva contrasti e opposizioni e dal bresciano Augusto Turati, il nuovo segretario nazionale del Partito fascista, gli amministratori bresciani avviarono, nel 1927, un processo di razionalizzazione globale del volto urbano, immediatamente sostenuto dalle alte gerarchie del governo e anche dallo stesso Benito Mussolini: fu indetto un concorso, al quale parteciparono praticamente tutte le personalità nazionali nel mondo dell'architettura, anche di corrente modernista, ma l'accreditato architetto romano Marcello Piacentini finì per dominare il panorama dell'evento. Il suo progetto prevedeva quindi l'apertura di una piazza, in contemporanea con un riassestamento della rete viaria urbana che avrebbe visto Brescia attraversata da due arterie perpendicolari che avrebbero velocizzato il traffico. Lo sventramento ebbe inizio nel 1929 e fu completato in meno di due anni.

Durante i lavori andarono perdute una serie di opere di valore soprattutto storico, ad esempio la stessa urbanistica medievale del quartiere e i suoi edifici caratteristici, fra cui alcuni palazzi dalle facciate affrescate, uno dei quali è stato inglobato nell'edificio delle poste. Opere perdute di maggior rilievo furono invece, ad esempio, il macello quattrocentesco e la romanica chiesetta di Sant'Ambrogio, rifatta nel XVIII secolo, e i resti della romana curia ducis. Dagli scavi emersero inoltre importanti reperti e testimonianze del passato, in particolare sette ritrovamenti degni di nota: le fondamenta della cinta urbana tardo-antica (ora sotto il Palazzo delle Poste) e di una torre (davanti al palazzo), quelle di un palazzo ducale di età longobarda (a sud del nuovo Monte di Pietà), tre resti di ponti o volti sul torrente Garza (due a est del torrione dell'Ina e uno a nord di Piazza del Mercato) e la parete affrescata di una chiesa del XIII secolo a nord dell'angolo fra Corso Zanardelli e Corso Palestro, emersa durante lavori successivi avvenuti nel 1937[2]. Nel 2008, infine, durante gli scavi per la realizzazione della metropolitana di Brescia, sono state trovate nuovamente delle fondamenta di una torre di epoca medievale, ritrovamento che ha rallentano notevolmente i lavori per favorire la salvaguardia del nuovo reperto archeologico.

Questo metodo costruttivo, basato sulla demolizione di un'area comunque storica della città, all'epoca ha portato pareri discordanti, tra chi pensa che la demolizione abbia privato il centro storico di gran parte del suo sapore antico e caratteristico, mentre altri lo interpretano come un atto risanatore di un quartiere ormai decadente.

Corso Zanardelli, passeggiata dello shopping bresciano

Corso Giuseppe Zanardelli, più semplicemente noto come corso Zanardelli, è una via di Brescia situata a sud di piazza del Duomo, tra corso Palestro e corso Magenta, che ne costituiscono il prolungamento rispettivamente a ovest e a est. Ha inizio a ovest al crocevia tra corso Palestro e via Dieci Giornate e termina circa 150 metri dopo, a est, al crocevia tra via San Martino della Battaglia e corso Magenta.

 

Anticamente la via, caratterizzata da una notevole larghezza, si apriva a ridosso del confine meridionale della città, poco fuori le mura urbiche di età romana prima e altomedievali dopo, corrispondenti alla cinta eretta alla fine del XII secolo. Nel XIV secolo la via acquistò importanza lambendo il confine meridionale della Cittadella nuova, fortificazione costruita dai Visconti durante la loro dominazione, qualificandosi come principale collegamento est-ovest della città.

Le mura caddero in disuso all'inizio del XVI secolo assieme al resto delle fortificazioni viscontee interne alla città, che vennero in gran parte demolite dai veneziani. Le fortificazioni della Cittadella nuova sopravvissero però alla distruzione, in quanto riutilizzate con funzione residenziale e commerciale, dopo che gli stessi veneziani - come indennizzo per la "spianata", la demolizione di ogni edificio nel raggio di un chilometro e mezzo dalle mura cittadine per fini strategici - permisero l'utilizzo commerciale della fascia al piede delle mura dell'ex Cittadella nuova, nonché il diritto di appoggiare alle mura nuove costruzioni.

La provvisoria sistemazione cinquecentesca, consistente probabilmente in un'infilata di casupole lignee e di altri edifici che andavano a poco a poco sovrapponendosi alle mura inutilizzate, fu uniformata da Pier Maria Bagnadore alla fine del secolo, ma solamente su via Dieci Giornate: corso Zanardelli mantenne ancora a lungo un carattere primitivo, con portici rudimentali coperti da tetti di paglia e abbaini.

Nel corso dei secoli, nella via si raccoglie il mercato del vino, che ne dà anche l'originale denominazione. Nella via si trovavano anche le botteghe di scalpellini, marmisti e scultori.

I portici ancora esistenti furono costruiti, raddoppiandoli su due campate, solamente tra il 1734 e il 1773 e ancora modificati durante l'Ottocento, con interventi improntati verso un orientamento neoclassico tra decoro formale e destinazione civile. Dopo che nel 1847 fu trasferito nel convento di san Domenico l'Ospedale Maggiore, che aveva sede a sud della via, il corso si trasformò definitivamente nel luogo della passeggiata elegante della moderna città borghese. Verso la metà del secolo si provvide a sistemare anche il lato opposto della via, allineando le abitazioni esistenti tra l'albergo Gambero e corso Magenta, che seguivano allora un andamento molto irregolare.

Nel 1983 gli architetti milanesi Alberto Ferruzzi e Oscar Cagna progettarono la copertura a pavé, ancora esistente. La via è oggi uno dei "salotti" della città, dove si alternano negozi di lusso, bar e altri servizi commerciali.