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Oropa

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8 Aprile 

Partenza 8.00

Borgo Palazzo

Novara Ovest (autostrada)

Caepignano Sesia

 

Il castello-ricetto di Carpignano

Carpignano Sesia conserva al suo interno il nucleo antico di fortificazioni e di case che formavano il castello-ricetto medievale. Costruito nell'XI secolo dai conti di Pombia, poi di Biandrate, posto in posizione strategica lungo la strada che da Biandrate saliva lungo la Valsesia, il castello-ricetto ebbe il suo periodo di massimo splendore nel XII secolo con Guido III il Grande, conte di Biandrate.

Nonostante il degrado subito nel tempo, il castello-ricetto, con le sue mura e le sue case costruite con mattoni e con ciottoli di fiume disposti a spina di pesce, mantiene la suggestione del borgo medievale. Accanto alla porta d'ingresso, dov'era il ponte levatoio sul fossato che scorreva tutt'attorno al ricetto-castello, si conserva il rivellino edificato nel XV secolo; più avanti si trovano i resti di una casa torre. Alcune abitazioni hanno conservato finestre con decorazioni in cotto.

In una costruzione del castello-ricetto, poco distante dalla porta di ingresso, si trova un imponente torchio in legno costruito nel 1575, il più antico in Piemonte, a lungo utilizzato per la spremitura delle uve, delle noci e del ravizzone.

L'antica chiesa di San Pietro

 

La chiesa di San Pietro, all'interno del ricetto, esisteva già nell'XI secolo. Fu ceduta dai conti di Biandrate ai monaci benedettini cluniacensi, divenendo così una dipendenza del Priorato di San Pietro di Castelletto.
Dell'antica costruzione, in stile romanico, si sono conservate le mura dell'abside e dalle absidiole laterali, sobriamente decorate con lesene ed archetti pensili in cotto.

L'interno della chiesa (da molto tempo sconsacrata ed oggi di proprietà comunale) si presenta a tre navate, con arcate e robusti pilastri di sostegno. Custodisce importanti affreschi romanici del XII secolo riportati alla luce in tempi recenti. Il catino dell'abside è interamente occupato dalla figura del Cristo Pantocratore, affiancato dalla Madonna e da San Giovanni Battista (la cosiddetta Deesis). Nel registro inferiore è raffigurata la consueta teoria degli Apostoli (che oggi appare mutilata dall'apertura di due finestrelle nel muro dell'abside)

Altri affreschi gotici recuperati all'interno della chiesa risalgono al XV secolo; si tratta di una Annunciazione dipinta al di sopra di un arco della navata centrale, e di figure di santi posti sui pilastri: l'anonimo autore della Santa Caterina da Siena mostra una apprezzabile maestria nella raffigurazione naturalistica del viso della santa e del copricapo che lo cinge.

Gattinara

 

La Gattinara di oggi nasce a metà Duecento nel quadro di un territorio che fin dall'età romana vede fasi intense di occupazione: ad età imperiale risalgono infatti i resti di insediamenti ed aree funerarie emersi tanto presso l'attuale centro abitato, quanto nelle campagne circostanti. Da sempre, e ciò vale anche per l'antichità, l'asse di percorrenza lungo il fi ume Sesia è uno dei più frequentati, soprattutto poiché funge da collegamento tra la pianura e le vie per i valichi alpini, e proprio in corrispondenza di Gattinara si unisce ai percorsi provenienti anche dal Biellese. Un punto cruciale, dunque, che anche nei primi secoli del medioevo non vede venir meno una presenza umana che resta strettamente legata, oltre che alle valenze stradali, alle numerose risorse offerte dall'ambiente circostante. Nascono in questo periodo numerosi piccoli centri abitati, la maggior parte dei quali trova collocazione sicura sui primi contrafforti collinari: Loceno, Locenello, Mezzano, Gattinaria, questi sono i loro nomi, oltre all'importante centro di Rado, che invece si sviluppa, con il suo castello, lungo la strada Vercellese, accanto al fiume ed al guado per Ghemme.

A ridosso del Mille la popolazione stanziata in questi insediamenti è impegnata nell'opera di dissodamento e sfruttamento di ampie superfici di terreno, sottratte al bosco ed alla brughiera, e verosimilmente nello sfruttamento dei versanti collinari mediante la pratica della viticoltura. A livello politico e strategico in questo periodo cresce anche l'attenzione nei confronti di questa zona, che diviene cruciale nell'ambito dei complessi equilibri di potere che intercorrono tra i comuni di Vercelli e di Novara, per i quali il fiume è linea di confine. Proprio a guardia delle bocche della Valsesia, distretto di pertinenza novarese, i Vercellesi decidono di costruire tra 1185 e 1187 un forte castello intorno alla pieve d'altura di S. Lorenzo, occupando la sommità di un colle che forse già qualche secolo prima aveva visto lo stabilirsi di un insediamento.

Nel 1242, per irrobustire ulteriormente il presidio di questa fascia territoriale, il comune di Vercelli stabilisce di fondare un Borgofranco – cioè un insediamento di nuova fondazione, privo di gravami feudali e dipendente direttamente dall'autorità comunale – nel quale si dovranno trasferire forzosamente gli abitanti dei piccoli centri della zona. Scompaiono così gli insediamenti poco fa ricordati – ad eccezione di Loceno, divenuta l'attuale Lozzolo – per dare origine al nuovo borgo che prende il nome di Borgo della Pieve, e poi – da uno dei centri più importanti tra quelli abbandonati – Gattinara. Gattinara cresce e prospera nei secoli immediatamente successivi, autonoma e libera com'è da tutti i vincoli feudali, e si dà un governo indipendente munendosi di statuti, approvati dal comune di Vercelli e a più riprese confermati anche dal successivo dominio sabaudo. Signori di Gattinara sono i Signori di Vintebbio dai quali discendono i Gattinara appunto e gli Arborio, quindi i Testa, i de Rege, i Biamino e altre nobili famiglie di origine consortile. Il centro abitato, costruito su una maglia regolare e caratterizzato da uno sviluppo urbanistico rigidamente controllato sin dalla fondazione, è munito da un sistema di fortificazioni complesso, integrato – probabilmente a partire dal XIV secolo – da un castello ricetto; numerose chiese si affacciano sulle vie principali, e tra tutte la più importante, la pieve di S. Pietro Apostolo, che costituisce un punto di riferimento, a livello ecclesiastico e sacramentale, per i centri della zona sino a Lozzolo e Roasio. La vita economica e politica del borgo tra XIV e XV secolo è vivace, e ne è riflesso uno sviluppo artistico di assoluto rilievo, del quale oggi rimane a testimonianza la stupenda facciata in cotto istoriato della chiesa parrocchiale.

Nel 1465 nasce a Gattinara il giovane Mercurino Arborio, rampollo di una delle famiglie più ricche del borgo, che dopo molteplici e sempre più prestigiosi incarichi diplomatici – tanto alla corte sabauda, quanto a quella di Massimiliano d'Asburgo – giunge a ricoprire la carica di Gran Cancelliere di Carlo V ed a rivestire l'abito cardinalizio; muore nel 1530, e la storiografi a odierna, dopo anni di ingiusto oblio, lo ricorda come un personaggio di levatura culturale eccezionale, che ha profondamente influenzato gli sviluppi politici europei. Dopo la morte del cardinale la sua famiglia, impugnando le volontà testamentarie dell'illustre congiunto e trovando appoggio negli ambienti sabaudi, riesce a estendere sul borgo le forme di una feudalità – inedita, sinora, per la comunità fondata come “franca” nel 1242 – che diviene elemento di costante contrasto sino alle soglie del XIX secolo, quando la bufera napoleonica la eliminerà di fatto.

Con il XVI secolo, inoltre, i problemi per Gattinara arrivano anche dall'esterno: pestilenze, eserciti di passaggio, assedi e saccheggi, nel quadro delle guerre gallo-ispaniche, dalle quali il borgo esce malconcio, mutilato delle sue fortificazioni e fortemente depauperato a livello demografico. L'occupazione francese nel 1555 costituisce il momento culminante di questo periodo di crisi, che solo dopo il 1559 trova sollievo, nell'aprirsi di un breve periodo in cui si registra un deciso ristabilimento economico, caratterizzato da un'evoluzione agricola sinora rallentata dagli eventi bellici. Tra 1580 e 1630 – anno della terribile pestilenza – nuove sciagure belliche colpiscono la zona, che solo grazie ad una forte immigrazione dalla Valsesia non vede troppo drammaticamente ridotta la sua popolazione. Grazie a ciò, la ripresa a metà Seicento è abbastanza rapida, testimoniata anche da una intensa e qualificata attività edilizia che vede cambiare i lineamenti del borgo, abbellirsi ed ampliarsi le sue chiese ed i suoi conventi e aumentare la densità edilizia. Il Settecento è per Gattinara un secolo di grande prosperità; mercati e commercio, agricoltura, viticoltura, sono settori prosperi, che alimentano flussi di merci imponenti, facendo del borgo un punto di riferimento per le comunità dell'alta pianura vercellese e un punto di snodo di traffici che in gran parte calcano i valichi alpini. La vivacità socio-culturale trova riflesso nella nascita e nello sviluppo di confraternite e compagnie religiose, che con la gestione di infermerie e scuole assicurano alla popolazione una serie di servizi che contribuiscono a migliorare nettamente il tenore di vita anche delle fasce più deboli.

A fine ‘700 l'avvento della dominazione napoleonica significa l'abolizione di privilegi feudali e corporazioni religiose: una enorme quantità di beni immobili, confiscata dal governo e immessa sul mercato a prezzi favorevoli, favorisce la formazione di un robusto ceto borghese e la costituzione di molti patrimoni familiari di medie dimensioni, accelerando il passaggio da un'economia per molti versi ancora di stampo rurale, ad equilibri che si potrebbero definire urbani. Nel 1820 la demolizione della antica chiesa di S. Pietro e la sua ricostruzione in forme neoclassiche sembra segnare anche simbolicamente la nuova coscienza collettiva di Gattinara, che nel corso del XIX secolo – demolito quanto resta delle antiche fortificazioni – si munisce progressivamente di tutti i servizi e le infrastrutture caratterizzanti le realtà urbane. Col finire del secolo migliorano anche i collegamenti con il Vercellese, che agevolano lo smercio dei vini della zona, ormai consacrati come prodotti d'eccellenza e oggetto di intensa esportazione, mentre tarda a venire uno sviluppo industriale vero e proprio, nonostante la vicinanza a zone da questo punto di vista molto vocate, come il Biellese e la Bassa Valsesia. L'occasione per questo sviluppo arriva nel 1905: una terribile grandinata distrugge gran parte dei vigneti, causando un venir meno delle risorse più preziose del territorio, fatto che da subito determina flussi inarrestabili di emigrazione, soprattutto verso il Nuovo Mondo.

L'amministrazione comunale, con eccezionale lungimiranza, provvede alla redazione di un piano di sviluppo industriale agevolato, attirando nuovi stabilimenti che in breve occupano larghe fasce della popolazione locale. Tessile, meccanico, ceramica e l'attivazione il 16 gennaio 1905 della ferrovia Santhià-Arona: questi sono i settori all'insegna dei quali si dipana il fortissimo sviluppo industriale di Gattinara tra primo e secondo dopoguerra, anni in cui si collocano anche importanti momenti, come la fondazione dell'Ospedale “S. Giovanni” e il rinnovamento di numerose infrastrutture.

La città paga al secondo conflitto mondiale un pesante tributo, colpita com'è da un bombardamento nell'estate del ‘44, ma fortunatamente nel dopoguerra può contare su una ripresa veloce, agevolata dalla riapertura a pieno regime degli stabilimenti industriali, i cui addetti nel corso degli anni ‘50 raggiungono numeri impressionanti. La forte immigrazione – proveniente soprattutto dal meridione e dal Veneto – rende necessaria una decisa espansione del tessuto urbano, che si estende soprattutto lungo le vie per la Valsesia e per Vercelli, e in corrispondenza della strada per il Biellese. Proprio a ridosso di quest'ultima prende forma il popoloso sobborgo di S. Bernardo, che in breve giunge a dotarsi di una propria chiesa parrocchiale. La crisi inizia però a farsi sentire già a metà anni ‘60, per divenire poi drammatica tra anni ‘70 e ‘80, con la chiusura o il forte ridimensionamento di numerosi stabilimenti industriali. In questi anni, però, si riscopre anche la viticoltura d'eccellenza, che alimenta flussi di esportazione a livello internazionale.

Recentemente alcune realtà industriali di nuovo impianto hanno rivitalizzato il tessuto economico locale, consentendo almeno in parte di guardare al futuro con maggior serenità rispetto ad un passato recente. Crescente in questi ultimi anni è stata vivacità socioculturale della città, che si riflette nel recupero di numerose emergenze monumentali, e che è favorita anche dalla presenza di importanti istituzioni scolastiche, che costituiscono i punti riferimento per il territorio.

Monumenti e luoghi d'interesse

Gattinara – Veduta

Centro storico

Il centro storico di Gattinara mostra evidente, ancora oggi, la maglia rigorosa che ne testimonia la pianificazione urbanistica, studiata in occasione della fondazione del borgofranco nel 1242: in quel contesto, infatti, il comune di Vercelli appronta uno schema che prevede, lungo gli assi viari principali, allineamenti di lotti lunghi e stretti, il cui lato minore verso la strada è occupato dall'abitazione, mentre lo spazio retrostante è destinato ad usi agricoli e produttivi. Oggi, tuttavia, di tale aspetto medievale del borgo non sopravvive molto, poiché tra XVI e XVIII secolo – con la crescita della popolazione – un deciso rinnovamento ha interessato tanto i prospetti delle case affacciate sulle vie, quanto la disposizione dei cortili interni. Molti sono i palazzi che tuttora mostrano caratteristiche architettoniche significative risalenti a tali trasformazioni: sui corsi principali sono interessanti i portici, sorretti sia da colonne in pietra che da pilastri, che un tempo proteggevano le merci e l'ingresso delle botteghe, mentre molte case conservano ancora, appena sotto l'imposta dei tetti, graziosi allineamenti di loggette sostenute da colonnine lapidee. Proprio questi particolari rendono simili le forme del centro storico di Gattinara a quelle di molti insediamenti valsesiani, profondamente influenzati, da un punto di vista architettonico, dai modelli provenienti dalla Lombardia. I cortili sono in genere stretti e caratterizzati da forme irregolari, derivanti dal continuo aggiungersi di nuclei abitativi, che solo in alcuni casi hanno lasciato spazio alla realizzazione di piccoli porticati: interessanti, ove conservati, sono i ballatoi in legno o in granito, ornati – questi – da mensoloni lavorati.

Trivero Roveglio

Trivero – Veduta

Storia

La prima documentazione scritta che conferma l'esistenza di Trivero, si trova in un diploma del X secolo, Trivero era detto "Treveres" o "Triverium Bugellensium", nome che sanciva la dipendenza da Biella. Fu donato dagli Imperatori del Sacro Romano Impero ai vescovi di Vercelli; nel XIII secolo la famiglia Bolgaro signori di Trivero, non riconoscendo l'autorità dei vescovi, consegnò il feudo al comune di Vercelli, che nel 1313 lo diede al suo vescovo Uberto Avogadro di Valdengo.

L'episodio storico più significativo del periodo medioevale fu l'arrivo nella vicina Valsesia dell'eresiarca Fra Dolcino e dei suoi seguaci, che sul Monte Rubello si difesero dagli attacchi delle truppe capitanate dal vescovo Raniero Avogadro di Pezzana, console di Vercelli. Dopo un lungo assedio il 23 marzo 1307 si scatenò la battaglia finale: Dolcino, la sua compagna Margherita da Trento e il luogotenente Longino Cattaneovennero catturati e condannati al rogo.

Nel 1379 Trivero si sottomise, come gli altri territori biellesi, al conte Amedeo VI di Savoia. Nel 1403 si consegnò al duca di Savoia, poi Carlo Emanuele I infeudò Trivero e il Mortigliengo a Giovanni Wilcardel, signore di Fleury, che divenne Marchese di Mortigliengo e Trivero il 3 marzo 1619. Ricondotto ai Savoia, venne venduto al Delfino di Cuneo con titolo comitale nel 1722, poi donato a Domenico Della Chiesa, conte di Cervignasco, nel 1797. L'anno dopo gli uomini di Trivero piantavano l'albero della libertà. In seguito il territorio tornò ai Savoia. Gli abitanti, come pervenuto dal censimento, nel 1861 erano 4.418.

Nel 1911 Ermenegildo Zegna, con i suoi fratelli, fondò un lanificio a Trivero. Nel giro di quarant'anni il marchio Zegna è diventato famoso in tutto il mondo per i tessuti di alta qualità. Il nome dell'imprenditore è anche legato alla costruzione della Panoramica Zegna, una strada che collega Trivero con la Valle Cervo e che, idealmente, arriva fino ad Andrate. Con il progetto di valorizzazione ambientale Oasi Zegna, i suoi discendenti proseguono il suo lavoro di tutela di un vasto territorio montano del biellese orientale. Ebbe a cuore il benessere delle maestranze e della popolazione triverese tutta: istituì una scuola di avviamento professionale, edificò un presidio ospedaliero, una piscina coperta, il centro sciistico di Bielmonte e un centro sociale, ricreativo e commerciale che porta il suo nome. Fu nominato Cavaliere del lavoro a 43 anni, e nel 1941 Conte di Monte Rubello.

Rosazza

Monumenti e luoghi d'interesse

Il castello

 
 

La costruzione del castello, per volere di Federico Rosazza, Senatore del Regno, già membro della Giovane Italia mazziniana e Gran Maestro Venerabile della massoneria biellese, fu avviata nel 1883 con l'innalzamento della torre guelfa e della palazzina sottostante, poi ampliata in due successive fasi, ed ebbe termine nel 1899, anno della morte di Federico, con il completamento della grande galleria dove il nobile intendeva esporre i suoi dipinti.

L'edificio fu progettato da Giuseppe Maffei sfruttando il tema dell'estetica della rovina: false muratura sbrecciate trattate con acido nitrico, finti colonnati ed architravi, allo scopo di richiamare gli antichi templi di Paestum e chiari riferimenti esoterici alla massoneria.

L'arco di accesso al castello riproduce quello della città di Volterra; qui campeggiano le teste di tre valligiane con una stella a cinque punte tra i capelli. Altre false rovine di Paestum ed uno dei due orsi scolpiti in pietra locale, collocati intorno al laghetto del giardino, furono portati via da un piena del torrente Pragnetta nel maggio 1916; i resti sono oggi conservati presso la fontana della Valligiana nel parco comunale.

Galleria Rosazza

La galleria fu iniziata nel 1893 ed inaugurata il 17 luglio 1897. E' lunga 367 metri ed è posta ad un'altezza 1488 metri sul livello del mare. I lavori di scavo, fatti interamente a mano su roccia compatta e molto dura, impiegarono su entrambi i versanti squadre di minatori, con turni anche di notte, per quattro anni nei periodi da aprile a novembre, con l'aiuto di numerose donne locali per i servizi e vettovaglie. I minatori alloggiavano nei rifugi costruiti nelle vicinanze, le donne invece ritornavano nelle case di Rosazza, affrontando ogni giorno faticose percorrenze. L'8 settembre 1895 le squadre provenienti dai due blocchi si incontrarono alla quota prevista e in perfetto allineamento. Nel 1896-97 si ampliò la sezione per portarla alla larghezza utile di 4,50 metri e un altezza laterale di 2,25 metri e centrale di 4,50 metri del profilo definitivo. Il 17 luglio 1897 la piattaforma stradale della galleria fu ultimata con la posa sul selciato di 720 metri di lastre di pietra e con la formazione dell'acciottolato e delle cunette laterali; il traffico veicolare da quel giorno poté svolgersi regolarmente.

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La strada venne finanziata con propri fondi dal Senatore Federico Rosazza con una spesa di allora lire 507.000 (pari ad alcuni miliardi di oggi) e realizzata negli anni dal 1889 al 1898. In tutti questi anni furono lavorate 2093 giornate e realizzate tutte le opere murarie, lo scavo e il piazzale dopo il Santuario di San Giovanni, l'edicola del riposo (Baracun), la Torretta, l'albergo-ristorante Galleria, i paravalanghe e il sentiero per l'alpe Campello nel versante di San Giovanni; la galleria Rosazza; l'edicola del Belvedere, il Delubro, l'edicola di S. Eusebio e la mulattiera per il lago del Mucrone nel versante del Santuario d'Oropa. Durante i lavori Federico Rosazza trovò forti oppositori, specie negli impresari di San Paolo Cervo, che ritenevano più conveniente un tracciato a quota inferiore, di minor pendenza, scorrente attorno al monte Cucco (l'odierno sentiero "tracciolino", idea ripresa successivamente da Ermenegildo Zegna nel 1960 e non realizzata) e non comportante la costruzione della galleria. Federico preferì l'originario tracciato, confortato in ciò da un "dettato" degli spiriti guida che Giuseppe Maffei, suo collaboratore e progettista delle opere nonchè esperto di occultismo, aveva evocato e che avevano suggerito, oltre alle caratteristiche della strada, anche la convenienza, rispetto alle altre soluzioni, dell'idea primitiva.

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Oropa

 

Il santuario di Oropa è un santuario mariano - dedicato alla Madonna Nera - situato una dozzina di chilometri a nord della città di Biella, a circa 1.159 metri di altitudine, in un anfiteatro naturale di montagne che circondano la sottostante città e fanno parte delle Prealpi biellesi.

 

Il santuario comprende oltre, ad un Sacro monte (il Sacro Monte di Oropa), la chiesa originaria sorta sulla base di un antico sacello ed il santuario attuale vero e proprio dotato di diverse strutture destinate all'ospitalità di fedeli e turisti. Dal santuario è possibile raggiungere il rifugio Savoia (quota 1900 m circa) e da qui, in pochi minuti, il Lago del Mucrone sul monte omonimo. Una cestovia arriva dal rifugio Savoia fino alla cima del monte Camino, a circa 2.400 metri di altitudine.

Nel marzo del 1957 papa Pio XII l'ha elevato alla dignità di basilica minore. Come parte del sistema dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, il Sacro Monte di Oropa è stato dichiarato nel 2003 patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.

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Secondo la tradizione, il santuario di Oropa venne fondato da Sant'Eusebio vescovo di Vercelli nel IV secolo. Benché questa tradizione non goda di riscontro documentale, certo è che Eusebio diffuse il Cristianesimo e la devozione mariana nelle valli biellesi. A quei tempi infatti la popolazione del vastissimo territorio che corrisponde grosso modo all'odierno Piemonte era ancora quasi tutta pagana. In Vercelli prevaleva il politeismo romano mentre nelle valli alpine e nel Monferrato si conservava intatto il culto degli antichi celti tra i quali la venerazione di grandi massi erratici.[3] Dove rifulse l'animo apostolico di Eusebio fu l'impegno nell'eliminare il paganesimo specialmente nei centri di antichissimo culto come ad Oropa e a Crea sostituendo il culto delle deità femminili celtiche con il culto della Madre di Dio, Maria.

In una Bolla di papa Innocenzo III del 2 maggio 1207 sono menzionate a Oropa due chiese dedicate a Santa Maria e a San Bartolomeo. Secondo i più recenti studi storici questi edifici risalirebbero almeno all'VIII-IX secolo. Si tratta di due piccoli edifici montani. Mentre Santa Maria è scomparsa nell'espansione del santuario, San Bartolomeo è stato recentemente riscoperto e riaperto al culto.[5]

Della prima metà del Trecento è la statua gotica della Madonna nera che si venera nel santuario. Alla Vergine sono attribuiti numerosi miracoli e grazie particolari. Inizialmente il simulacro della Vergine era ospitato in un sacello, il cui sito è ancora visibile nella parete nord della basilica antica, presso un masso erratico, che probabilmente era stato un luogo di culto precristiano.

Dal XV secolo le famiglie biellesi iniziano a costruire ad Oropa case private, che occasionalmente possono ospitare i pellegrini. Del 1522 è il primo quadro ex voto, opera di Bernardino Lanino.

In epoca barocca il santuario ha una grande espansione architettonica, grazie anche alla protezione della Casa di Savoia. Furono le infante reali Maria Apollonia e Francesca Caterina (sepolta nella navata centrale della Basilica antica) che fondarono le "Figlie di Maria", un gruppo di donne che, pur senza proferire i voti in forma pubblica, si dedica ancora oggi all'assistenza dei pellegrini e alle necessità del santuario. Sono attivi ad Oropa architetti illustri, fra i quali Filippo Juvarra (cui si deve fra l'altro la monumentale Porta Regia del santuario), Ignazio Galletti e Guarino Guarini.

Attorno alla basilica antica, che risale agli inizi del Seicento, viene edificato un santuario, che aveva le funzioni di ospizio per i pellegrini.

Durante la peste del Seicento, la città di Biella fa voto alla Madonna d'Oropa e rimane incontaminata. Tuttora, annualmente, la città compie ad Oropa una processione solenne in osservanza di questo voto.

Nel 1620 si ha la prima solenne incoronazione della Statua della Madonna nera. Successive incoronazioni si ripeteranno ogni cent'anni.

Su un colle a ovest del santuario viene costruito un Sacro Monte.

 

Km 383

Rientro ore 18.30