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NOTIZIE

Delta del Po e Ville del Brenta

Dal 28 Aprile al 1 Maggio

Ritrovo ore 7.30

Borgo Palazzo

1°giorno

Km 325

Mantova

Mantova (Mantua in latino e Màntua in dialetto mantovano) è un comune italiano di 49 414 abitanti (127 569 in tutta l'area urbana), capoluogo dell'omonima provincia in Lombardia.

Dal luglio 2008 la città d'arte lombarda, con Sabbioneta, entrambe accomunate dall'eredità lasciata loro dai Gonzaga che ne hanno fatto due tra i principali centri del Rinascimento italiano ed europeo, è stata inserita nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

Nel 2016, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha insignito Mantova del titolo di Capitale italiana della cultura. Nel 2017 Mantova e la sua provincia fanno parte della Regione Europea della Gastronomia-Lombardia Orientale, insieme alla province di Bergamo, Brescia e Cremona. Mantova sarà Città europea dello Sport per il 2019.

Mantova è l'unica città, intesa come museo urbano diffuso, presente sulla piattaforma Google Arts & Culture, con più di 1.000 opere digitalizzate, 40 mostre virtuali allestite in 8 differenti musei virtuali.

Inoltre, secondo quanto riportato nel rapporto di Legambiente "Ecosistema Urbano 2017", la città si è classificata al primo posto nella classifica delle migliori città italiane per qualità dell'ambiente e della vita.

Occhiobello

 

Storia

 

Le origini

 

La storia del territorio occhiobellese risale a molti secoli fa. Rilevamenti archeologici testimoniano, infatti, che già nella preistoria erano presenti nel territorio occhiobellese prime forme di vita associata localizzate a nord dell'attuale territorio di Occhiobello, nei pressi della località Piacentina.

 

Nel corso dei millenni il territorio di Occhiobello subì notevoli trasformazioni sia di origine naturale (cataclismi di ogni genere), sia di origine storico-politica in seguito alle continue invasioni di civiltà diverse tra cui i Celti, gli Etruschi, i Galli ecc.

 

A seconda delle dominazioni anche la struttura politica ed economica subiva cambiamenti; basti pensare che durante la Repubblica romana, intorno al II secolo a.C., il territorio di Occhiobello era considerato un'importante zona rurale di transito (una rete viaria passava nei pressi dell'attuale Gurzone). Un periodo, invece, oscuro, caratterizzato da distruzioni di beni materiali e sacrifici di vite umane e che interessò tutto il Polesine, iniziò con il regno romano-barbarico di Odoacre. Per una ripresa economica e civile, bisogna aspettare l'anno 754 quando il territorio occhiobellese divenne Patrimonio di San Pietro, divenendo così feudo ecclesiastico con una organizzazione politica strettamente legata al potere temporale della Chiesa.

Occhiobello – Veduta

 

Il dominio di Ferrara

Il destino storico e culturale era legato al governo ferrarese che, intorno all'anno 1000, affidò ai marchesi de' Contrari, una nobile famiglia di Ferrara, il marchesato del Polesine ferrarese (l'attuale circoscrizione comunale di Occhiobello). Il marchesato era formato da tre località: Le Casette, ossia l'attuale Occhiobello, da Gurzone e da Santa Maria Maddalena ancora unita a Pontelagoscuro fino al 1152. In tale anno, infatti, la rotta di Ficarolo separò i due villaggi, uno sulla sponda destra (Pontelagoscuro) e uno sulla sponda sinistra (Santa Maria Maddalena). Il territorio rimase sotto il dominio estense fino al 1597 quando, morto Alfonso II d'Este senza eredi, tutto il suo ducato passò allo Stato Pontificio. In quel periodo sorsero nuovi centri abitati nelle località "Chiavica" e "Livelli" e prese maggiore importanza Santa Maria Maddalena già luogo di villeggiatura dei duchi d'Este e quindi della nobile famiglia dei Pepoli.

È soprattutto nel 1700, anno in cui "Le Casette" iniziò ad essere chiamata Occhiobello, che Santa Maria Maddalena si ingrandì anche sotto il profilo demografico; crescita favorita dalla sua vicinanza con la città di Ferrara. Il dominio della Santa Sede, durato circa duecento anni, fu bruscamente interrotto dall'invasione napoleonica nel 1797. I Francesi portarono in queste zone le idee della rivoluzione ed una speranza di maggiore libertà, subito però delusa dai fatti: alla spoliazione del territorio si ebbero tasse inique, come quella sul macinato, che causarono delle vere rivolte popolari.

Il dominio austriaco

Nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, ai Francesi subentrarono gli Austriaci che portarono ancora più malcontento tra la popolazione soprattutto per l'annessione alla provincia di Rovigo; nei pressi del paese si combatté la battaglia di Occhiobello, episodio della guerra austro-napoletana, in cui il Re di Napoli Gioacchino Murat fu sconfitto dal generale austriaco Johann Maria Philipp Frimont.

Il Regno d'Italia

Nel 1866, con la pace di Vienna, terminò la dominazione austriaca ed il Veneto fu ceduto al Regno d'Italia. Diverse furono le costruzioni in ambito edilizio: comparsa della ferrovia, costruzione del ponte ferroviario in ferro, impianto di pubblica illuminazione ad Occhiobello, ecc. L'incremento economico e sociale fu molto rallentato in seguito alle due guerre mondiali che travolsero l'Italia. L'ultimo conflitto mondiale ha impegnato nella lotta alla Resistenza un elevato numero di vite umane, i centri abitati hanno subito bombardamenti, opere d'arte di grande valore distrutte. A guerra finita riprese la ricostruzione del paese, ricostruzione che subì ancora un altro rallentamento a causa dell'alluvione del Po del 14 novembre 1951.

 

Chioggia

La leggenda sulle origini di Chioggia si collega a quella di Enea, mitico eroe troiano fuggito alla distruzione di Troia che navigò per il Mediterraneo per poi stanziarsi nel Latium. Con Enea partirono anche Antenore, Aquilio e Clodio che, a metà del viaggio, si separarono dal loro concittadino per dirigersi verso la laguna veneta fondando rispettivamente Padova, Aquileia e Clodia. A prova di questa mitica fondazione vi è il simbolo della città, un leone rampante rosso su argento, scelto da Clodio stesso in ricordo della sua città natale, ed il nome della città stessa.

Da ritrovamenti archeologici[10] e studi recenti, si può ipotizzare la nascita della città intorno al 2000 a.C. dai Pelasgi, popolo di navigatori originario della Tessaglia, che avrebbero colonizzato numerose città nelle coste Adriatiche. Il nome Chioggia quindi deriverebbe da Cluza, "costruita artificialmente", da spiegare con la natura insulare-lagunare della città che senza modificazioni umane sarebbe stata sommersa dalle acque ad ogni alta marea. Altri nomi presenti nella città sono di indubbia origine preellenica, come Lusenzo canale e laguna che si trova fra Chioggia e Sottomarina, Bebe, antica torre che serviva da avamposto al confine fra territorio Veneziano e Padovano, Perotolo ed Evrone.[12]

I primi insediamenti della città di Chioggia, quindi, sono da localizzarsi verso l'attuale foce del Brenta, che all'epoca era un'altra delle porte della laguna, con il nome di Brondolo, nelle isoletta di Vicus a levante della Fossa Clodia, canale che corrisponde ora alla Laguna del Lusenzo, e nell'Evrone, che corrisponde a porto di Chioggia.

Chioggia – Veduta

 

Storia antica

Certo è che la città fosse già presente in età romana. Ne è prova la struttura tipica del reticolato geometrico che contraddistingue Chioggia, formata da un "Cardo", l'attuale Corso del Popolo, e da un "Decumanus". Come per tutte le città venete, Chioggia faceva parte della "decima regio", che comprendeva anche l'Istria.

Le prime fonti storiche ci provengono da Plinio il Vecchio che "Naturalis Historia", descrive la zona lagunare veneta come "la terra dei fiumi" dicendo inoltre che:

« "... risalendo dal Delta Padano, dopo Adria, porto etrusco che aveva dato il nome al Mare Adriatico, si incontrano le foci originate dalla sovrabbondanza di acque dette "Fosse Filistine" nelle quali si riversano l'Adige che scende dalle Alpi tridentine ed il Togisono (Bacchiglione) che scende dalle campagne di Padova. Parte di queste acque alimenta anche il porto di Brondolo, come i due Meduaci, Minor e Major (i due rami del Brenta) ed il Bacino di Chioggia (Fossa Clodia-Canal Lombardo) alimentano il Porto Evrone. A queste acque si mescolano anche quelle del Po. »

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia)

Chioggia era importante soprattutto per le sue saline e il suo centro di produzione del "Sal Clugiae" considerato uno dei più pregiati da Cassiodoro e Plinio stesso. Nonostante ai giorni nostri non vi siano più saline in funzione, in antichità la produzione di sale era l'attività più importante per l'economia della città che impegnava quindi gran parte della popolazione e delle forze a disposizione. Nelle acque di Chioggia vi erano fino a 72 recinti acquei, detti anche "fondamenti di salina", che andavano dal porto della città alle rive adiacenti ai domini Padovani, che riuscivano a produrre circa 216 volte il bisogno dell'intera popolazione per un anno. Il sale prodotto infatti era indispensabile per i commerci e il suo pregio permetteva agli abitanti di poter acquistare qualsiasi altra merce difficile da reperire nelle terre lagunari. Il "Sal Clugiae", sale di Chioggia, era considerato un bene dello Stato, che porterà la confederazione veneziana a combattere numerose volte contro Padovani, Ferraresi, Romagnoli e Bolognesi, in quanto imposto come unica merce di scambio per i commerci, a discapito di altri tipi di sale meno rinomato.

Con il lento declino dell'Impero Romano, cominciarono ad arrivare anche le prime popolazioni barbare che in molte occasioni non si fecero scrupoli nel razziare e devastare le ricche terre dei Romani. I primi a invadere il veneziano furono i Visigoti che nel 401 d.C., comandati dal loro Re Alarico, cercarono di spingersi fino al Piemonte subendo però numerose sconfitte, mentre nel 404 seguirono Alani e Vandali. Solo 7 anni dopo, i Visigoti ritornano in Italia e scendendo dalla Venezia arrivano fino a Roma prendendola e saccheggiandola.

Tra tutte le invasioni, la più memorabile è quella degli Unni nel 452 d.C. che, comandati da Attila, presero e distrussero Aquileia, Padova, Verona e numerose altre terre della regione.

 

Storia medioevale

Nel 568, il popolo dei Longobardi fece la sua comparsa nel suolo italico scendendo dalle Alpi Giulie e passando nella Venezia comandati dal loro Re Alboino. In meno di un secolo si ebbe, quindi, la fine dell'Impero Romano d'Occidente, la dominazione Erula, quella Ostrogota, quella Bizantina e infine l'inizio di quella Longobarda. Per quanto riguarda Chioggia e le altre città lagunari fino a Grado, furono si dominate dalle popolazioni precedentemente nominate, eccezion fatta per i Longobardi che non riuscirono mai a conquistare i territori, ma mantennero comunque un importante indipendenza, causata dalla dipendenza del lontano Impero di Costantinopoli.

Si formò così il primo Stato veneziano, composta dalle più grandi città del litorale adriatico governate da tribuni. Le isole più cospicue erano: Grado, Bibione, Caorle, Eraclea, Equilio, Torcello, Murano, Rialto, Malamocco, Poveglia, Chioggia Maggiore e Chioggia Minore. Le Chioggia Maggiore corrispondeva all'attuale Chioggia all'interno della laguna, mentre la minore corrispondeva pressappoco all'attuale Sottomarina vecchia affacciata sul mare. Ogni città era autonoma e governata indipendentemente, salvo alcuni casi di interesse comune dove le decisioni erano prese di comune accordo.

Per cercare di fronteggiare le invasioni da parte dei Longobardi che abitualmente si presentavano nelle terre veneziane, nel 697 si riunirono a Eraclea tutti i tribuni, nobili e vescovi delle città. Da tale consiglio ne uscì una nuova magistratura che fino alla caduta della Serenissima, resterà la più alta carica istituzionale: il Doge. Grazie al primo Doge, Paoluccio Anafesto, i confini della Repubblica furono finalmente definiti con esattezza ufficializzando l'indipendenza delle terre lagunari. Chioggia quindi poté stabilire i suoi domini dal porto stesso della città fino alle sponde dell'Adige, e dal mare di Bebe a Conche con la libertà di coltivare, pescare, fabbricare e piantare saline.

Con la fine del Regno Longobardo, iniziò quello dei Franchi con a capo Carlo Magno, che assegnò il regno d'Italia a suo figlio Pipino nel 781 d.C. L'indipendenza della Repubblica non era ben gradita al nuovo Re tanto che nell'809 dichiarò guerra alla confederazione veneta attaccando tutte le isole che davano sul mare, comprese le due Chiogge che assalite per terra e per acqua non poterono resistere a lungo. Fortunatamente i bassi canali lagunari riuscirono a fermare Pipino che non riuscì quindi a conquistare la sede dogale, che era stata per l'occasione spostata a Rialto. Al termine del conflitto la Repubblica Veneta era salva, anche se gravemente colpita in molte sue città, tra le quali Malamocco che non riuscì più a riprendersi fino a quasi scomparire del tutto in pochi secoli. Per Rialto invece fu l'inizio dell'ascesa, con le migrazioni che seguirono la piccola isoletta si ingrandì al punto che venne designata come città rappresentativa di tutti i veneti cambiando il suo nome in Venezia.

Con la calata degli Ungari Chioggia subì un'altra pesante distruzione in meno di cent'anni, dato che dopo la guerra di Pipino, non ci furono più allestimenti di difesa a Sud della città. I chioggiotti si trovarono a fronteggiare l'armata ungara completamente da soli, poiché la difesa veneta si radunò ad Albiola, attuale San Piero in volta.

Chioggia faceva allora parte della diocesi di Malamocco, antica capitale della Repubblica, ma una serie di eventi naturali quali l'abbassamento del suolo, burrasche eccezionali e l'erosione del mare, cancellarono lentamente la città che si spopolò e finì sommersa. Essendo diventata Chioggia la città più importante della diocesi, nel 1110 si decise di spostare la sede vescovile proprio nella città del sale, portando anche le reliquie dei santi martiri Felice e Fortunato, ancora oggi patroni della città.

Negli anni a seguire per Chioggia ci fu un periodo di prosperità, intervallato da qualche piccola guerra con i rivali Padovani e Trevigiani e dall'arrivo del Barbarossa che nella città firmò il "trattato Clodiano" nel 1177, preliminare di quello di Venezia che sancì un breve periodo di pace fra Impero e Comuni italiani. Dal punto di vista politico ed amministrativo, si passò dai tribuni al podestà, un messo della città di Venezia rappresentante della Repubblica nelle città più importanti, che segnò l'inizio della supremazia di Venezia sulle politiche interne delle altre città venete.

Hotel

2°giorno

Km 175

Spiaggia Barricata

La spiaggia di Barricata è lunga oltre 3 chilometri, vera e propria isola tra un ramo del Po e il mare, raggiungibile tramite un suggestivo ponte pedonale mobile che permette di attraversare il Po di Tolle. E’ amata soprattutto da chi cerca la tranquillità, il contatto con una natura ricca e incontaminata, senza rinunciare ai servizi efficienti delle spiagge più conosciute, servizi che sono però integrati nell’ambiente e rispettosi del paesaggio naturale. Sono presenti alcune strutture turistiche - alcune delle quali offrono la possibilità di praticare birdwatching o di fare gite in barca all’interno del Parco Regionale Veneto del Delta del Po, piazzole attrezzate, villette, appartamenti, ristoranti. Non ci si deve aspettare però una spiaggia super attrezzata, perché la caratteristica di Barricata è proprio quella di essere parte integrante di quell’area straordinaria e unica che è il Parco del Delta del Po.

La spiaggia è di soffice sabbia, il mare è molto bello, con fondali sabbiosi e digradanti, ideale per nuotare e fare il bagno; da prevedere un giro panoramico lungo la Sacca degli Scardovari, adiacente al porto, luogo tra i più suggestivi del Delta del Po.

Porto Barricata è un punto di riferimento importante per gli appassionati di pesca d’altura.

http://www.turismoitalianews.it/images/stories/veneto/ParcoNaturaleDeltaPoRO.jpg

 

Mesola

 

Storia

 

Il toponimo di Mesola, "media insula", indica come l'origine e lo sviluppo di questo territorio siano legati all'equilibrio tra terra e acqua dell'antica Valle Padusa.

 

Le dune fossili di Messenzatica e di Monticelli di epoca romana indicano dove arrivava il mare all'epoca. L'evoluzione successiva del Delta del Po ha originato la rimanente parte del territorio. Massenzatica è altresì citata nel diploma di Papa Benedetto VIII del 1013 col quale all'Abbazia di Pomposa viene assegnata una zona comprendente "...Masinzatica usque monticello...".

 

Partendo quindi dal Medioevo, la storia del territorio è legata dagli estremi confini est sul mare dei possedimenti dell'Esarcato di Ravenna sino al dominio dello Stato Pontificio e degli Estensi.

 

Furono proprio gli Estensi, Signori di Ferrara, a valorizzare il territorio, intraprendendo una grande opera di bonifica, progettando il porto di Alcina sul Po di Ariano (Po di Goro). Edificarono a Mesola il Castello e la Tenuta. La rivalità con la Serenissima sfociò spesso in conflitti armati; ma le truppe di Venezia dovettero sempre ritirarsi da qui al cessare delle ostilità, in seguito agli accordi di pace.

 

Il 27 ottobre 1597, alla morte di Alfonso II d'Este, che non aveva lasciato eredi diretti, papa Clemente VIII annette l'intero Ducato di Ferrara allo Stato Pontificio in quanto il territorio stesso era feudo pontificio; non accettando la successione da Alfonso al cugino Cesare d'Este, anche se la stessa precedentemente era stata riconosciuta dall'Imperatore Rodolfo II. Il Castello e la Tenuta rimarranno disponibili come beni allodiali agli Estensi fino al 1771, allorché passano alla Casa regnante Austriaca in esecuzione del contratto di matrimonio tra Maria Beatrice d'Este e Ferdinando d'Asburgo-Lorena.

 

Torna quindi al Pontefice nel 1785, quando papa Pio VI acquista il feudo dall'Imperatore Giuseppe II d'Austria, sino all'invasione di Napoleone Bonaparte nel 1796 e conseguente incorporazione nella Repubblica Cispadana. Il 9 luglio 1797 si trovò a far parte della Repubblica Cisalpina in seguito alla fusione della Repubblica Cispadana con la Repubblica Transpadana in ottemperanza ad un altro editto napoleonico. Dal 26 gennaio 1802 nella Repubblica Italiana e dal 18 marzo 1805 fino all'aprile 1814 nel Regno d'Italia. Amministrativamente era incorporato nel Dipartimento del Basso Po con capoluogo Ferrara.

 

Ritorna allo Stato Pontificio nel 1816, in seguito alla restaurazione operata dal Congresso di Vienna sin dal 1815, sconfitto Napoleone.

 

Amministrativamente viene operata la cessione all'Istituto di Santo Spirito di Roma.

 

Tra il 1º novembre 1816 ed il 9 febbraio 1817 la frazione di Ariano Pontificio ed il prospiciente Ariano Austriaco furono colpiti da una epidemia di tifo petecchiale che provocò 29 morti; come risultante dagli atti del soppresso Comune di Massenzatica.

 

Mesola è comune dal 1º luglio 1828. Il comune incorpora dalla stessa data anche il contestualmente soppresso comune di Massenzatica, istituito sin dal Medioevo: se ne parla ufficialmente in un atto pomposiano del 17 agosto 1337.

 

Nel 1860, in seguito alla seconda guerra di indipendenza, fa parte del Regno d'Italia. Nel 1962, con decreto del Presidente della Repubblica, Goro, in precedenza frazione di Mesola, è stato istituito comune autonomo.

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3°giorno

Km 170

Castello del Catajio

Il castello del Catajo è un monumentale edificio di 350 stanze, considerato la reggia dei Colli Euganei, fu costruito a partire dal XVI secolo da Pio Enea I Obizzi presso Battaglia Terme (Padova).

Ampliato dalla stessa famiglia nel '600 e '700 venne in seguito trasformato in reggia ducale dalla famiglia Asburgo-Este, arciduchi di Modena e infine eletto residenza di villeggiatura imperiale degli Asburgo imperatori d'Austria. Il castello è ancora oggi di proprietà privata e aperto al pubblico con funzione museale.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/79/Castello_cataio.jpg

 

La famiglia Obizzi, di origine borgognona giunse in Italia con il capostipite Obicio I, capitano di ventura al seguito dell'imperatore Arrigo II, nel 1007. Stabilitasi inizialmente a Lucca, si spostò in seguito nel territorio della Repubblica di Venezia.

Il primo edificio ad essere costruito è la "Casa di Beatrice", primo nucleo del castello edificato probabilmente tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, come casa di villeggiatura estiva di Beatrice Pio Da Correggio, donna letterata che nella Ca' sul Tajo accoglieva uno dei più importanti salotti letterari dell'epoca.

Pio Enea I Obizzi (dal quale prese il nome l'obice[1]) nel 1570 decise di ampliare la struttura per renderla adeguata alla gloria della famiglia, costruendo quello che oggi viene chiamato il Castel Vecchio. Secondo alcune fonti esso fu ideato dallo stesso Obizzi, ma più probabilmente la progettazione fu affidata all'architetto Andrea da Valle. L'edificio venne costruito in soli tre anni tra il 1570 e il 1573 (la parte alta si deve invece ad un'aggiunta del XIX secolo).

L'origine del nome è andata perduta: si ritiene che non derivi da Catai (nome con cui veniva indicata la Cina nel Medioevo), ma piuttosto che faccia riferimento a una "Ca' Tajo", cioè "tenuta del taglio", con possibile riferimento allo scavo del Canale di Battaglia che tagliò a metà molti appezzamenti agricoli. L'edificio sta a metà tra il castello militare e la villa principesca, indubbiamente per volere stesso del committente, che pensò il Catajo come una grande macchina di rappresentanza dove intrattenere ospiti da tutta Europa con feste, balli e rappresentazioni teatrali.

All'inizio erano previste pitture solo nei muri esterni (ora scomparse) ma nel 1571 l'Obizzi chiamò Giovanni Battista Zelotti (collaboratore di Paolo Veronese) ad affrescare i muri interni con le gesta della sua famiglia dando vita ad uno tra i primi cicli di affreschi autocelebrativi del nord Italia e tra i più importanti del rinascimento in villa. In quaranta riquadri che si avvicendano in sei diversi saloni venne raccontata per immagini la saga dell famiglia Obizzi.

Il castello venne ampliato nel '600 da Pio Enea II che aggiunse il Cortile dei Giganti e un piccolo teatro a sedici palchi, tra i primi teatri coperti del Veneto. Ulteriormente ingrandito nel '700 da Tommaso Obizzi che realizzo' una grande galleria adibita a museo dove trovarono spazio le grandi e famose collezioni, tra le prime aperte al pubblico.

La famiglia Obizzi si estinse nel 1803 con il marchese Tommaso, e il castello passò agli arciduchi di Modena; sotto Francesco IV fu costruita l'ala visibile più in alto, detta "Castel Nuovo" per ospitare la visita degli imperatori Ferdinando I e Maria Anna di Savoia nel 1838. In seguito Francesco V e la moglie Adelgonda di Baviera trasferirono al castello l'intera corte estense in esilio da Modena. Morti senza figli, il Catajo passò all'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando che qui si recava per le amate battute di caccia. Assassinato a Sarajevo nel 1914, provocando lo scoppio della prima guerra mondiale, il Catajo passò in proprietà all'ultimo imperatore d'Austra Carlo I e alla moglie Zita di Borbone Parma. Durante tali passaggi l'armeria tra le più ricche d'Europa e le grandi raccolte di antichità, dove era presente anche una porzione del fregio del Partenone, assieme ad una vasta collezione di strumenti musicali e quadri, furono trasferiti rispettivamente nel castello di Konopiště, all'Hofburg e al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Dopo la prima guerra mondiale il Catajo fu assegnato al governo italiano come riparazione dei danni di guerra ed esso poi lo vendette alla famiglia Dalla Francesca nel 1929 che lo trasformò in una azienda agricola per la coltivazione del tabacco, in attività fino agli anni '70 del '900.

Il castello venne aperto per la prima volta al pubblico nel 1994.

Nel 2016 il castello è stato venduto all'asta e acquistato da Sergio Cervellin, cominciano in questo anno i primi lavori di restauro con la previsione di riportare il castello al suo originario splendore.

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Dal portale d'ingresso, trasformato in arco di trionfo da Tommaso Obizzi, si accede al Cortile dei Giganti, che fu spesso utilizzato per rappresentazioni teatrali (molto amate dagli Obizzi) e tornei, anche di tipo acquatico, poiché la parte bassa poteva essere riempita d'acqua.

Tra le altre fontane, di fronte all'ingresso, si nota la "fontana dell'Elefante", fatta erigere da Pio Enea II Obizzi nella seconda metà del XVII secolo, nella quale si mescolano reminiscenze mitologiche (Bacco) e gusto per l'esotico.

Da qui iniziano le scale esterne, costruite in modo che vi si potesse salire a cavallo. La scala interna mostra l'appoggio della costruzione sulla viva roccia del colle (trachite dei Colli Euganei).

Il piano nobile conserva uno dei più importanti esempi di pittura autocelenbrativa del nord Italia, opera di Giovanni Battista Zelotti. Si entra nel grande salone affrescato, al fondo del quale spicca l'albero genealogico della famiglia Obizzi, dal capostipite Obicio I fino al costruttore del castello Pio Enea I. Alle pareti sono dipinte varie battaglie, terrestri e navali: sono illustrate le crociate, cui parteciparono i membri della famiglia, illustrate da didascalie in italiano e in latino.
Sul soffitto sono rappresentate le tre forme di governo: "La Democrazia" (Roma), "L'Aristocrazia" (Venezia), "La Monarchia" (La Religione Cattolica); attorno alla prima sono le cause della sua caduta ("Avarizia" e "Discordia"), mentre Venezia ha con sé la "Prudenza", l'"Occasione", la "Concordia" e la "Pace" ed infine attorno alla Monarchia stanno la "Felicità" e la "Buona Fortuna", la "Clemenza" e l'"Ardire".

Sullo stesso piano sono presenti altre cinque stanze affrescate, ancora con raffigurazioni delle vicende e le gesta della famiglia, ingentilite nei soffitti e nei sovrapporta, da varie allegorie.

All'interno del castello è presente anche una insolita cappella gentilizia di gusto neogotico, realizzata nel 1838 per la visita degli imperatori d'Austria, costruita interamente in legno dipinto di sgargianti colori e dorature.

Dal grande salone si può accedere alle terrazze, da cui si gode di uno splendido panorama sui Colli Euganei, sui vari giardini di cui è ricco il complesso e sul parco; in esso si notano la peschiera e numerose piante secolari di sequoia e magnolia, che sono le prime importate in Europa dall'America.

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ORARI DI APERTURA

9.30 - 17.30

Museo: ingresso consentito fino alle 16.45
Museo + Torre dei Leoni: ingresso consentito fino alle 16.00

2018

1 gennaio aperto 13.30-18.30*
Dal 2 al 31 gennaio
chiuso il lunedì
6 gennaio aperto 9.30-22.30 (ingresso al museo consentito fino alle 21.45 con visita alla torre fino alle 21.00)
Dall'1 febbraio al 30 settembre aperto tutti i giorni
Dall'1 ottobre al 31 dicembre chiuso il lunedì
25 dicembre chiuso
Orario di chiusura posticipato alle 18.30* nei seguenti giorni:
31 marzo, 1, 2, 25, 28, 29 e 30 aprile, 1 maggio, 1, 2 e 3 giugno, 26 dicembre
* ingresso al museo consentito fino alle 17.45; con visita alla torre fino alle 17.00

Sabato e domenica e festivi: tre visite guidate al giorno alle ore 11.00, 14.00 e 15.00.

Salvo altre iniziative di visita o animazioni già programmate

VIDEOGUIDE
Sono disponibili presso la biglietteria videoguide multilingue in italiano, inglese, francese e tedesco al costo di € 2,00.

Padova

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/64/Sant%27Antonio_%28Padua%29_-_Facade.jpg

Secondo l'Eneide virgiliana, la città sarebbe nata per mano di Antenore, principe troiano (Virgilio, Eneide, 1, 247 - 249), nell'anno 1185 a.C., una tradizione che fa di Padova una delle più antiche città della penisola, e la più antica del Veneto. Sebbene la fondazione sia leggendaria i dati archeologici hanno confermato l'antichissima origine della città, sviluppatasi tra il XIII e XI secolo a.C. e legata alla civiltà dei Veneti antichi.

La città è stata una delle capitali culturali del Trecento: le testimonianze pittoriche del XIV secolo - tra tutte, il ciclo di Giotto alla Cappella degli Scrovegni - la rendono nodo cruciale negli sviluppi dell'arte occidentale. Lo splendore artistico trecentesco fu uno dei frutti del gran fervore culturale favorito dalla signoria dei Carraresi che resero Padova uno dei principali centri del preumanesimo. A Padova, tra il XIV secolo e il XV secolo si sviluppò in concomitanza con Firenze una imponente corrente culturale votata all'antico che tramuterà nel Rinascimento padovano, e influenzerà la compagine artistica dell'intera Italia settentrionale del Quattrocento. Dal 1222 è sede di una prestigiosa università che si colloca tra le più antiche del mondo.

Sede vescovile a capo di una delle diocesi più estese ed antiche d'Italia è universalmente conosciuta anche come la città del Santo, appellativo con cui viene chiamato a Padova sant'Antonio, il famoso francescano portoghese, nato a Lisbona nel 1195, che visse in città per alcuni anni e vi morì il 13 giugno 1231. I resti del Santo sono conservati nella Basilica di Sant'Antonio, importante meta di pellegrinaggio della cristianità e uno dei monumenti principali cittadini. Antonio è uno dei quattro santi patroni della città con Giustina, Prosdocimo e Daniele. A Padova si venerano pure le reliquie di san Luca, san Mattia e san Leopoldo Mandić. Nel 1829, Padova fu la sede del primo Convitto Rabbinico, importante istituzione dell'ebraismo italiano.

Da Padova deriva la celebre forma di danza "pavana".

Nel 1524, a Padova fu costruito per la prima volta dopo l'età classica uno spazio interamente dedicato alle rappresentazioni teatrali, la Loggia Cornaro; mentre il 25 febbraio 1545 si costituì legalmente, con atto notarile, una compagnia di comici teatranti, la prima testimonianza al mondo di una società di commedianti professionisti, nascita simbolica della Commedia dell'Arte. La bisbetica domata, commedia di William Shakespeare, è ambientata a Padova.

http://www.outletsweetvenice.com/images/padova-veneto-italia/padova-veneto-italia-02.jpg

 

Villa Pisani

Villa Pisani, detta anche la Nazionale, è uno dei più celebri esempi di villa veneta della Riviera del Brenta; sorge a Stra, in provincia di Venezia, e si affaccia sul Naviglio del Brenta. È oggi sede di un museo nazionale, che conserva opere d'arte e arredi del Settecento e dell'Ottocento. La villa comprende 168 stanze e copre una superficie di 15.000 metri quadrati.

Sin dal Cinquecento le famiglie più nobili di Venezia scelsero le rive del fiume Brenta per insediarvi le loro ville. All'inizio, quest'ultime erano legate all'attività agricola e poi, invece, ridisegnate per assecondare la dilagante “smania della villeggiatura” goldoniana. Le sponde del fiume, una volta contenuto il problema delle piene che poteva recare danni disastrosi, offrivano ai veneziani una campagna facilmente raggiungibile e coltivabile, ed anche una via d'acqua per i commerci con Padova. Questo binomio determinò nel tempo il formarsi di uno dei paesaggi storici veneti più caratterizzati da importanti ville con giardini, barchesse e broli. Tra Seicento e Settecento i proprietari di queste si sfidavano per dare enfasi e sfarzo alle ville, ormai viste come la scenografia per le molte feste che vi si tenevano nella bella stagione.

L'importanza e la fama della Riviera crebbero sia in Italia che in Europa come possono dimostrarlo gli scritti di Padre Vincenzo Coronelli pubblicate nel 1709, di Johann Cristopher Volkamer del 1714 e poi, alla metà del secolo dei Lumi, di Giovanni Francesco Costa. I primi due testi trasportano a Stra la prima villa di proprietà della stessa famiglia Pisani detta di Santo Stefano.

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Venne costruita a partire dal 1721 su progetto di Gerolamo Frigimelica (cui si deve anche il progetto del Palazzo Pisani in campo Francesco Morosini o Santo Stefano a Venezia, attuale sede del Conservatorio) e Francesco Maria Preti per la nobile famiglia veneziana dei Pisani di Santo Stefano. Al suo interno sono visibili l'affresco del salone delle feste, che celebra l'Apoteosi della famiglia Pisani[6] di Giambattista Tiepolo. Nelle altre sale vi sono opere di Giambattista Crosato, Giuseppe Zais, Jacopo Guarana, Giovanni Carlo Bevilacqua, Francesco Simonini, Jacopo Amigoni e Andrea Urbani. All'inizio si trattava di una semplice costruzione tardo cinquecentesca, riammodernata nel Seicento, e poi completamente ristrutturata dopo il 1720, anno in cui la famiglia iniziò a costruire la maestosa villa sul Brenta.

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Settecento

I Pisani, dopo essersi impadroniti dei terreni adiacenti alla villa già esistente, nel 1720 effettuano alcuni cambiamenti e, sulla base del progetto Frigimelica, realizzano i primi padiglioni del giardino. Ma quest'ultimo morì nel 1732 e dopo la sua morte, Alvise Pisani (uno dei 6 fratelli della famiglia), volenteroso di concludere i lavori della villa di Stra e forse anche intenzionato a competere con le più grandi realizzazioni europee, incarica per il progetto il nobile architetto Francesco Maria Preti, la cui fama lo precedeva. Il progetto e la sua realizzazione vennero compiuti in tempi relativamente brevi, dato che nel 1756 i lavori erano finiti. Per come era stata attuata sia la progettazione spaziale del palazzo che la scansione delle sue facciate, si evidenzia il nuovo rigore architettonico neopalladiano. La famiglia tendeva ad una vita gioiosa della villeggiatura, come infatti lo dimostrano i lussuosi ricevimenti, le feste e gli eventi che le cronache dell'epoca riportavano. I Pisani, inoltre, davano importanza all'efficacia e alla produttività nella conduzione del giardino oltre che la cultura e le arti nella vita in villa. Infatti, Marina Sagredo, moglie di Andrea Pisani e madre di Almorò e Alvise, fonderà una Accademia di Pittura Pisani, che incentivava una constante attività di pittori e artisti famosi in ambito veneto che con opere, che realizzavano, arricchivano gli ambienti della villa. Però il Settecento, a causa della Rivoluzione francese, si chiude con una perdita di importanza economica e politica di Venezia, che determinò l'impoverimento delle casse dei Pisani. Quest'ultime ricevettero un temporaneo sollievo dal ricavato della vendita della villa di Stra; che verrà comperata, nel luglio del 1807, da Napoleone I Bonaparte.

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Ottocento

La villa venne presto intascata tra i beni della Corona francese e ceduta a Eugenio Beauharnais e alla sua consorte che ne disposero un repentino rinnovamento. Così verrà sistemata per rispondere alle nuove esigenze e ideali degli attuali proprietari che vedevano superate le decorazioni della residenza e del suo giardino settecentesco. Dal punto di vista distributivo del palazzo le trasformazioni non saranno eccezionali, ma tutta la serie di decori delle sue stanze verranno completamente adattati al nuovo gusto imperiale. Ancora più estremo sarà l'intervento sul parco, nel quale l'immagine e il carattere del giardino verranno fortemente modificati. In soli 7 anni lo slancio e l'entusiasmo dei napoleonici trasformerà l'aspetto scenografico della villeggiatura dogale, non privandola però di autorevolezza.

Nel 1814 la villa diventò proprietà degli Asburgo e assegnata al Governatorato Generale Civile e Militare del Lombardo veneto che la utilizzò come sede di rappresentanza; ribattezzata "Villa Reale" come luogo di villeggiatura ospitò molta dell'aristocrazia europea, come Carlo IV di Spagna, Maria Luigia d'Austria, Maria Anna Carolina di Savoia, lo zar Alessandro I e Ferdinando II di Borbone, re di Napoli; comportando, di conseguenza, molto lavoro per custodi e addetti ai vari servizi della villa.

Nel 1866, durante la terza guerra d'indipendenza la Villa ospita lo stato maggiore dell'esercito italiano; in quell'occasione probabilmente vi si tenne anche un incontro di Vittorio Emanuele II con la moglie morganatica Rosa Vercellana, di cui resta memoria nelle attuali "Sale Savoia". Dopo l'annessione del Veneto al regno d'Italia, nel 1868 villa Pisani divenne proprietà dello Stato, perdendo la funzione di rappresentanza e diventando, nel 1884, museo.

Tra il 1874 e il 1882, la villa fu messa più volte, inutilmente, all'asta. La perdita d'interesse per la villa da parte del nuovo governo determinerà in poco tempo la diminuzione dei fondi per la manutenzione che metteranno a rischio l'integrità dei padiglioni del giardino oltre che i raccolti botanici e di agrumi. Fu inevitabile, nel 1882, l'affidamento della sua gestione all'Ufficio Regionale per i Monumenti del Veneto che segna il passaggio al nuovo secolo della dismessa residenza dogale.

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Novecento: abbandono e restauro

Nei primi del Novecento la villa riceve la visita del poeta Gabriele D'Annunzio e della Duse. L'atmosfera di decadenza degli ambienti abbandonati e del parco inselvatichito è puntualmente descritta da Gabriele d'Annunzio nel romanzo Il Fuoco.

Nel 1909 una parte del piano terra della villa verrà concesso all'Istituto per le ricerche idrotecniche della vicina Università di Padova, responsabile, insieme al Magistrato delle acque, della creazione della vasca nel parterre centrale, ideata per realizzare esperimenti idraulici. Negli anni 20 la villa senza avere ormai un uso specifico ospiterà gli studenti di Accademia per “soggiorni temporanei” e dopo una scuola di pomologia e floricoltura. Nel 1938 la villa diviene Azienda Autonoma continuamente in rosso nonostante gli introiti delle vendite dei prodotti del giardino, che all'indomani della seconda guerra mondiale subirà altre forti cambiamenti vegetali.

Nel 1934 la villa viene parzialmente restaurata, per ospitare il primo incontro ufficiale tra Mussolini e Hitler.

Nel 1947 la villa verrà data in gestione alla locale Soprintendenza ai monumenti, che tuttora è responsabile dei restauri e della conduzione del complesso museale. Nel secondo dopo guerra il declino sembrava ormai incontenibile e dagli anni 50 agli anni 60 il complesso viveva una lungo periodo di abbandono e disinteresse fino alla chiusura di quasi tutte le sale e alla cancellazione di molti ambienti del giardino. Dalla metà degli anni 80 si ebbero numerosi restauri che hanno ridato dignità ed evidenza a molti ambiti del parco e ad alcuni della villa.

Fra il 1885 e il 1954 il panorama dell'area su cui si affacciava la villa era caratterizzato dalla presenza del binario e dei convogli della tranvia Padova-Malcontenta-Fusina.

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Labirinto

Villa Pisani è famosa inoltre per il suo labirinto di siepi di bosso. Fu uno dei primi ambiti del parco ad essere completato se già nel 1721 si parla della sua torretta centrale. È stata la ripresa rinascimentale dell'ars topiaria classica a rendere possibile il successo che i labirinti vegetali hanno avuto nel giardino italiano fino al Settecento. Nel Settecento veneto, nel caso di Stra, predomina la componente ludica e amorosa, sebbene non si possa escludere l'aspetto simbolico. Al centro vi è una torretta, sormontata da una statua di Minerva. Nel labirinto avveniva il gioco tra dama e cavaliere: la dama si poneva sulla torre centrale con il suo volto mascherato e il cavaliere doveva raggiungerla, una volta arrivato, lei svelava la sua vera identità: ma era sempre una sorpresa. Il labirinto è una filosofia classica del passato greco del Minotauro e Minosse: può essere simbolo cristiano ma anche pagano: esprime il desiderio inconscio di perdersi per poi ritrovarsi. I labirinti sono di due tipi fondamentalmente: l'Irrgarten dove i percorsi possibili sono tanti e solo uno conduce all'ambita meta, che spesso rivestiva un significato simbolico preciso, come in questo caso, e l'Inngarten. Questa tipologia di labirinto ha invece un percorso lungo ma obbligato, che conduce obbligatoriamente al centro. In questo labirinto si accede tramite un cancelletto settecentesco, il breve tragitto ti porta ad avere la torretta centrale davanti a te e a destra l'inizio del percorso tortuoso. Il labirinto è stato più volte restaurato e mentre nel Settecento e per buona parte del XIX secolo era formato da siepi di carpini[26], pian piano si è trasformato in un labirinto misto. Nell'Ottocento è stato realizzato un ampliamento a nord – est e a sud – est che ha inscritto così il labirinto circolare in un trapezio irregolare. Infine ancora una volta negli anni Settanta verrà restaurato per assumere l'aspetto attuale. Il labirinto è chiuso nel periodo che va da novembre a marzo (inclusi); nei restanti mesi, in caso di maltempo e di temperature troppo elevate.

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Parco

Il parco copre 14 ettari. La sua progettazione risente dell'influenza dei primi decenni del Settecento francese, infatti due importanti opere letterarie hanno condizionato il carattere di diversi giardini. Si tratta, in primo luogo, di André Felibien des Avaux, Les plans et le descriptions de deux maisons de campagne de Pline le Consul[24], la quale divulga la ricostruzione di una villa romana con i suoi giardini. In secondo luogo, si tratta dell'opera di Dezailler D'Argenville, intitolata La théorie et la pratique du jardinage, che tratta i canoni e i modi di comporre e realizzare un giardino alla maniera francese.

Il progetto del parco è stato più volte rivisto nel corso dell'Ottocento e del Novecento ed è basato sull'incrocio di assi ottici. Il parco della villa oggi si può ritenere quindi un capolavoro unico tra la struttura geometrica e giardinistica del Settecento e la revisione paesaggistica effettuata nei primi decenni dell'Ottocento.

La maggior parte delle opere architettoniche e scenografiche del giardino si trova nel settore est. Ognuna di queste opere ha una sua microstoria dovuta alle piccole trasformazioni subite, agli adattamenti e agli usi giardinistici che nel corso dei tre secoli si sono succeduti nei diversi ambiti del parco.

Invece nel settore ovest prevale la componente vegetale inquadrata da lunghi viali prospettici e organizzata secondo i modi paesaggistici, soprattutto nel chiuso boschetto di inizi Ottocento.

Oggi la villa permette l'ingresso di turisti, i quali possono godere della visita della villa, del parco e del suo labirinto. Non appena si varca la soglia dell'ingresso della biglietteria, si gode di un colpo d'occhio eccezionale: due lunghi viali di ippocastani contengono il vasto parterre centrale e allungano in prospettiva la distanza reale tra la villa e le scuderie con la sua lunga piscina costruita armoniosamente con il territorio.

In fondo le scuderie per i cavalli create come finta facciata, come palcoscenico di sfondo per una società teatrale del 1700 dove Carlo Goldoni inscenava le sue commedie e anche oggi si rivive la stessa atmosfera durante eventi estivi. Pur trattandosi di una costruzione del 1700, riviviamo le stesse strutture architettoniche del Rinascimento: il pronao del tempio romano ci ricorda Andrea Palladio; la balustrata con le statue, la Biblioteca Marciana del Sansovino a Venezia; le due ali laterali, il Palazzo Te a Mantova, di Giulio Romano.

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Terrazza belvedere

La terrazza belvedere ha forma esagonale; dal suo centro si sviluppano assi ottici che hanno riferimenti a gruppi di statue o a cancelli o angoli verdi. Frequentatissima dalle dame e cortigiane che stavano al sole per schiarire i capelli utilizzando un miscuglio di sale ed erbe; non essendo allora l'abbronzatura di moda, ne mitigavano gli effetti indossando un cappello dalla larga tesa e dalla cupola tagliata per far uscire i capelli. La terrazza belvedere veniva utilizzata, per la sua leggiadria, anche come proscenio per spettacoli teatrali o concerti di musica all'aperto.

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Esedra, gallerie di glicini, casa e magazzino dei giardinieri

Nonostante la dimensione ristretto dello spazio a disposizione, le prospettive alludono all'infinito; ma il punto di partenza è l'esedra belvedere dedicata alle arti liberali, come dimostrano le statue che sono presenti. Codeste statue si collocano lungo le prospettive creando visuali diverse visibili da distanze differenti e restituendo così una sensazione di grandezza. Ai lati del viale che conduce all'esedra alcuni esemplari di tigli ottocenteschi datano l'adattamento botanico effettuato dai giardinieri di Napoleone. Raggiunto il centro dell'esedra, da lì partono sei percorsi che si espandono nel parco. Si notano, oltre alle statue collocate lungo le prospettive, il grande portale del Belvedere e una finestra aperta sul recinto e proiettata nel paesaggio del Brenta. In direzione sud – ovest dall'esedra partono due gallerie di glicini e con un coperto di tavole. Delle antiche cedraie oggi restano tracce nei muretti delle vasche, nel muro confinante con la casa e il magazzino dei giardinieri. Al pianterreno della casa dei giardinieri è sistemata una parte della collezione degli attrezzi da giardino della villa mentre al primo piano è stato allestito uno spazio didattico visitabile in cui viene illustrata la storia del giardino europeo e in particolare le vicende e le trasformazioni dei Pisani.

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Ghiacciaia e Coffee House

La ghiacciaia, chiamata anche “la casa dei freschi”, è una collinetta artificiale, internamente cava e con intorno un fossato. Nel fossato, d'inverno, l'acqua ghiacciava; il ghiaccio veniva tagliato in grossi blocchi che, attraverso un cunicolo, venivano accumulati all'interno della collinetta e servivano per conservare d'estate, cibi e bevande. Sulla collinetta si eleva un'aerea loggia a pianta quadrata detta anche “coffee house”, luogo di sosta e ristoro durante le passeggiate nel parco. All'inizio del Novecento la collinetta venne bordata dai cipressi di palude[27], dei quali si possono osservare ai bordi dell'acqua le radici aeree. La casa è costituita da un padiglione di dimensioni contenute ed è rivestito di marmorino; all'interno al centro del pavimento è possibile notare un foro coperto da una lastra in pietra traforata che lascia passare l'aria fresca della ghiacciaia sottostante. L'alimentazione del cerchio d'acqua dopo il 1911 è garantito dalla vasca del grande parterre alla quale è collegato da una tubazione sotterranea.

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Orangerie e serre

A lato delle scuderie si trovano alcune costruzioni dedicate alla coltivazione di agrumi e piante tropicali. Nel primo impianto della villa era prevista anche la coltivazione di piante da frutta, in seguito soppressa dalla proprietà francese, che invece potenziò la parte dedicata agli agrumi. Un simile intervento fu attuato anche dalla proprietà austriaca. A partire dal secondo dopoguerra tutta la struttura entrò in forte degrado. Un recente e importante intervento di restauro conservativo ha restituito ai visitatori questa parte che, all'epoca di massimo splendore della villa, era fondamentale nella sua economia in quanto il commercio degli agrumi, al tempo merce assai più pregiata di oggi, contribuiva sostanziosamente alle spese di mantenimento dell'intero parco.

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Piscina

La lunga piscina al centro del parco di villa Pisani fu costruita nel 1911 per studi idraulici dall'Istituto Idrografico dell'Università di Padova. Successivamente nel 1913, venuti meno gli scopi scientifici, venne completamente ricostruita e abbellita con statue provenienti da altre ville venete.

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Aperto tutti i giorni
9.00-19.00

Biglietto d'ingresso

Intero: € 10,00
Ridotto: € 7,50

Villa Widmann

 

Il palazzo era incluso nei beni che all'inizio del Settecento Diodato Sceriman aveva ricevuto in dote dalla famiglia della moglie, i Tornimbeni. Un'incisione di Giovanni Francesco Costa risalente a quel periodo mostra chiaramente come il palazzo fosse assai diverso dall'attuale, privo degli annessi che proprio lo Sceriman fece costruire in funzione delle attività agricole che si svolgevano nei fondi vicini.

Nel 1750 lo Sceriman morì e la proprietà fu venduta al duca Gabrio Serbelloni il quale, tra il 1759 e il 1782, ampliò l'edificio in base agli stili architettonici diffusi in Lombardia (la sua famiglia era di origini milanesi).

Dopo la parentesi napoleonica la villa passò ai Widmann Rezzonico (che, forse, già la abitavano pur non essendone i proprietari). Nel 1883 venne aggiudicata all'asta a Francesco Somazzi; alla sua morte, nel 1896, il figlio Carlo la vendette a Giovanni Guolo e questi, nel 1897, la affittò a Pietro Foscari ed Elisabetta Widmann Rezzonico (quest'ultima discendente dei vecchi proprietari), i quali poi la acquistarono nel 1901. Passata al loro figlio Ludovico Foscari nel 1946, nel 1970 fu comprata dall'industriale Settimo Costanzo che la sottopose a un importante restauro.

Dal 1984 venne acquistata dalla Provincia di Venezia durante un'asta giudiziaria. Oggi è sede dell'azienda di promozione turistica.

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La villa è un edificio a pianta quadrata, che sposa la tradizione delle ville venete con lo stile rococò di gusto francese tardo settecentesco. Disposta su due piani, ha le quattro facce rialzate centralmente di un piano e terminate da timpani arcuati sovrastati da elementi scultorei; la facciata principale, dove è dislocato l'ingresso, ha un piccolo portico sostenuto da due colonne tuscaniche, mentre la forometria ha forme e cornici del XVIII secolo.

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Internamente, l'edificio si disegna attorno a un salone centrale, riccamente decorato da affreschi e stucchi policromi, con soppalco al primo piano, secondo l'impostazione delle sale da ballo delle ville venete.

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Annessi alla villa ci sono una barchessa caratterizzata da arconi a tutto sesto e un oratorio, entrambi settecenteschi: durante i lavori voluti dai Widmann alla fine del secolo, le due strutture, inizialmente autonome, furono unite. Nella cappella sono sepolti degli esponenti della famiglia Widmann, casato veneziano di origine austriaca.

Villa Widmann è dotata di un ampio parco, nel quale, al verde della flora, si alternano numerose statue di diversa epoca e provenienza.

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La villa è aperta per visite turistiche dal martedì alla domenica (e i lunedì festivi) con orario 10.00 – 13.00 / 13.30 – 16.30

Per i gruppi oltre le 20 persone è consigliata la prenotazione, anche telefonica, con almeno 24 ore di preavviso.

Ingresso 5,50 intero, euro 4,50 ridotto (ragazzi dai 7 ai 12 anni compiuti, over 65)

4° giorno

Km 377

Comacchio

 

Comacchio è, sotto l'aspetto paesaggistico e storico, uno dei centri maggiori del delta del Po. Ha origine circa duemila anni fa, durante la propria storia fu assoggettata al potere dell'Esarcato di Ravenna prima, del Ducato di Ferrara in seguito, per poi tornare a far parte dei territori dello Stato Pontificio.

 

L'etimologia del nome è incerta (greco-latino cumaculum= "piccola onda"; "raggruppamento di dossi" in etrusco). La fondazione viene attribuita agli Etruschi, che erano già stanziati nel Delta del Po. Vicino a Comacchio si trovava infatti la città etrusca di Spina.

 

Sorta sull'unione di tredici piccole isole (cordoni dunosi litoranei) formatisi dall'intersecarsi della foce del Po di Primaro col mare, ha dovuto orientare il proprio sviluppo, sia sul piano dell'urbanistica sia su quello dell'economia, sull'elemento acqua.

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In seguito alla caduta dell'Impero romano d'Occidente, Comacchio entrò a far parte dell'Esarcato d'Italia Il primo vescovo della città di cui si ha memoria fu Pagaziano (menzionato nel 503 e nel 504). Comacchio passò poi sotto il Regno Longobardo dopo il Capitolare di Liutprando del 715 (in cui vengono descritte le norme e le tasse a carico dei comacchiesi per poter esercitare il commercio del sale nelle regioni della Pianura padana sottomesse all'autorità longobarda).

 

In epoca longobarda il territorio venne donato ai monaci di san Colombano; divenne così un possedimento del grande Feudo monastico di Bobbio. I monaci vi allestirono il porto fluviale e svilupparono l'agricoltura e l'allevamento. Infine migliorarono lo sfruttamento delle saline, il cui sale era trasportato in tutto il nord d'Italia. In epoca carolingia le proprietà delle saline erano distribuite fra l'Abbazia di Bobbio ed i monasteri di S.Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, della Novalesa, Leno, San Sisto di Piacenza e del vescovado di Reggio Emilia.Tra i secoli dal VI al IX Comacchio dispose di una delle più potenti flotte dell'Adriatico entrando direttamente in concorrenza con Venezia.

 

Ma Venezia non accettò la presenza di un'avversaria nella sua stessa area geografica. Nell'anno 866 i veneziani occuparono Comacchio e la saccheggiarono una prima volta. Nell'875 Venezia stessa fu minacciata dalle incursioni dei saraceni, i quali si scagliarono contro Comacchio, incendiandola.

 

Per ben cinque volte nell'Alto Medioevo Comacchio fu assediata e presa dalla repubblica marinara, finché passò sotto il dominio degli Estensi nel 1299.
Con l'esaurirsi della dinastia estense, nel 1598 ritornò sotto la giurisdizione della Chiesa, che la pose nella neonata Legazione di Ferrara. Comacchio fece parte dello Stato Pontificio fino al marzo 1860, quando i territori delle ex Legazioni furono annessi al Regno di Sardegna per effetto dei plebisciti.

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Bondeno

 

Importante centro di produzione e manifatturazione della frutta, è il più antico insediamento del territorio. Il toponimo sembra provenire dall'antico nome del fiume, Bondinacus.

 

Indagini archeologiche condotte nel territorio comunale attestano la presenza di insediamenti umani fin dal neolitico (ex fornace Grandi) e successivamente dell'età del bronzo medio (Pilastri - fondo "I Verri"), dell'età del ferro (Pilastri - fondo "Colletta") e di età romana (Settepolesini, Santa Maddalena dei Mosti e Pilastri).

 

Quella di Bondeno è una lunga storia di alluvioni e di grandi opere intraprese per difendersi dalle acque e incanalarle in modo da consentire la coltivazione.

 

Nel Medioevo appartenne al monastero di Nonantola per donazione di re Astolfo, poi fece parte dei possedimenti di Matilde di Canossa che all'inizio del XII secolo fece costruire a difesa della città un castello, poi distrutto da Alfonso I d'Este.

 

Attorno al 1463 da un artigiano proveniente dall'officina di Gutenberg a Magonza vennero impresse a Bondeno le prime pagine stampate d'Italia.

 

Devastanti furono le invasioni subite dai veneziani nei primi secoli del Millennio e dai parmensi nella seconda metà del Settecento. Con la fine della dinastia estense, Bondeno passò allo Stato della Chiesa.

 

Con Napoleone Bonaparte Bondeno venne accorpato alla Repubblica Cisalpina prima e successivamente al Dipartimento del Basso Po.

 

Nel 1860 Bondeno entrò a far parte del Regno di Sardegna e quindi del Regno d'Italia.

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Stellata

Nella frazione di Stellata è presente la Rocca Possente, monumento dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità da parte dell'UNESCO facendo parte del sito "Ferrara, città del Rinascimento e il suo Delta del Po".

Si tratta di una fortificazione eretta attorno all'XI sec. e successivamente ampliata dagli estensi nel 1362. All'epoca posizionata nelle vicinanze del delta del Po, assieme alla rocca di Ficarolo aveva lo scopo di controllare il traffico navale e mercantile mediante l'utilizzo di una catena tra le due sponde del fiume.

Ricostruita nuovamente dopo il 1521, assume la forma con bastioni obliqui "a stella" adatti a resistere ai colpi di artiglieria. La conformazione a stella dell'edificio ha dato il nome alla frazione omonima.